Approvate le linee guida per la redazione del bilancio sociale

La riforma del Terzo settore compie un ulteriore passo avanti con l’approvazione del Decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali “Adozione delle Linee guida per la redazione del bilancio sociale degli enti del Terzo settore”. Il documento è stato, come prevede il Codice del Terzo settore, esaminato nel Consiglio Nazionale del Terzo settore, approvato il 4 luglio 2019 e ora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 9 agosto 2019.

Il Bilancio sociale – “strumento di rendicontazione delle responsabilità, dei comportamenti e dei risultati sociali, ambientali ed economici delle attività svolte” – è uno degli elementi che assicura la trasparenza degli Enti di Terzo settore e, come richiamato le linee guida, presenta una doppia valenza, essendo rilevante sia per le informazioni in esso contenute, sia per il processo di coinvolgimento degli stakeholder interni ed esterni che viene attivato per redigerlo.

Di seguito sono riassunti i principali punti del provvedimento.

Chi è tenuto a redigerlo

Sono tenuti a redigere un bilancio sociale:

  • tutte le imprese sociali, ivi comprese le cooperative sociali e i loro consorzi, indipendentemente dalla dimensione economica. I gruppi di imprese sociali sono tenuti a redigerlo in forma consolidata, cioè evidenziando gli esiti sociali non solo di ciascun singolo ente, ma anche del gruppo nel suo complesso;
  • gli altri enti di Terzo settore, qualora abbiano ricavi o entrate superiori ad un milione di euro annuo;
  • i Centri di Servizio per il Volontariato, indipendentemente dalla loro dimensione economica.

Dal momento che il bilancio sociale rappresenta anche un modo per dare pubblicità al valore dell’operato dell’Ente, nulla vieta che anche chi non è tenuto per legge provveda a realizzarlo e pubblicarlo, in questo caso senza però essere tenuto ad osservare tutte le prescrizioni inserite nelle linee guida (salvo il fatto di non poterlo indicare come “Bilancio sociale predisposto ai sensi dell’art. 14 del d.lgs. 117/2017 laddove esso segua modalità di redazione diverse).

Come viene reso pubblico

Il bilancio sociale è concepito come documento pubblico rivolto a tutti gli stakeholder (da quelli interni come i lavoratori o i volontari, ai donatori, le istituzioni, i destinatari dei servizi, i cittadini del territorio in cui l’Ente opera, ecc.) che in tale documento devono trovare informazioni utili a valutare in che misura l’organizzazione considera e persegue gli obiettivi che ciascuno di essi ha a cuore. Per questo motivo sono previste modalità di pubblicità molto ampie: il bilancio sociale deve essere pubblicato sul sito internet istituzionale dell’ente e depositato entro il 30 giugno dell’anno successivo presso il Registro Unico del Terzo settore o, nel caso delle imprese sociali, presso il Registro delle imprese. Per le imprese sociali la data di deposito potrebbe essere successiva al 30 giugno in presenza di norme relative a specifiche forme giuridiche che prevedessero scadenze diverse per il deposito dei bilanci di esercizio; in tal caso è consentito il deposito contestuale entro tale data anche del bilancio sociale.

I principi di redazione del Bilancio sociale

I principi di redazione del Bilancio sociale richiamati dalle Linee guida sono:

  • completezza: vanno identificati tutti i principali stakeholder e quindi inserite le informazioni rilevanti di interesse di ciascuno;
  • rilevanza: inserire senza omissioni tutte le informazioni utili ad una valutazione da parte degli stakeholder;
  • trasparenza: vanno chiariti i criteri utilizzati per rilevare e classificare le informazioni;
  • neutralità: le informazioni vanno rappresentate in modo imparziale, documentando quindi aspetti positivi e negativi;
  • competenza di periodo: vanno documentati attività e risultati dell’anno di riferimento;
  • comparabilità: vanno inseriti per quanto possibile dati che consentano il confronto temporale (come un certo dato varia nel tempo) e spaziale (confrontando il dato con quello di altri territori / Enti)
  • chiarezza: necessario un linguaggio accessibile anche a lettori privi di specifica competenza tecnica;
  • veridicità e verificabilità: va fatto riferimento alle fonti utilizzate;
  • attendibilità: bisogna evitare sovrastime o sottostime e non presentare dati incerti come se fossero certi;
  • autonomia: laddove sia richiesto a soggetti terzi di collaborare alla redazione del bilancio, ad essi va garantita autonomia e indipendenza nell’esprimere giudizi.

Struttura e contenuti

Le Linee guida individuano i contenuti minimi che ciascun bilancio sociale dovrà contenere, definendo così la struttura dei capitoli che lo compongono; rimandando al testo delle Linee guida per i dettagli, in sintesi un Bilancio sociale deve indicare:

  • metodologia adottata: criteri di redazione del Bilancio (vedi sopra circa “principi di redazione”) e eventuale modifica dei criteri rispetto agli anni precedenti;
  • informazioni generali sull’Ente: anagrafica, area territoriale e ambito di attività, mission, relazione con altri enti e informazioni sul contesto di riferimento;
  • governance: dati su base sociale e organismi diretti e di controllo, aspetti relativi alla democraticità interna e alla partecipazione, identificazione degli stakeholder; alle imprese sociali diverse dagli enti religiosi e dalle cooperative a mutualità prevalente, è richiesto inoltre di descrivere le modalità di coinvolgimento dei lavoratori e degli utenti; le cooperative a mutualità prevalente (e quindi tutte le cooperative sociali) assolvono già di per sé questo obbligo attraverso i meccanismi di coinvolgimento tipici della forma cooperativa;
  • persone: consistenza e dati di dettaglio su lavoratori e volontari, contratti di lavoro adottati, attività svolte, struttura dei compensi (tra cui i dati sui differenziali retributivi, documentando che la retribuzione più alta non è maggiore di più di otto volte rispetto alla più bassa) e modalità di rimborso ai volontari. In particolare, sono previste forme di pubblicità specifica per i compensi a amministratori e dirigenti.
  • attività: informazioni quantitative e qualitative sulle attività realizzate, sui destinatari diretti e indiretti e per quanto possibile sugli effetti, indicando il raggiungimento o meno degli obiettivi programmati e i fattori che ne hanno facilitato o reso difficile il conseguimento. Vanno indicati fattori che rischiano di compromettere le finalità dell’Ente e le azioni messe in atto per contrastare tale evenienza. Gli enti filantropici devono indicare l’elenco dei beneficiari delle loro erogazioni con relativi importi;
  • situazione economica e finanziaria: provenienza delle risorse separata per fonte pubblica e privata, informazioni sulle attività di raccolta fondi, eventuali criticità gestionali e azioni intraprese per mitigarle;
  • altre informazioni: contenziosi, impatto ambientale (se pertinente), informazioni su parità di genere, rispetto diritti umani, prevenzione della corruzione.

 

 

Il ruolo dell’Organo di controllo interno

L’organo di controllo interno è chiamato a monitorare taluni aspetti della vita sociale degli Enti di Terzo settore, con alcune specificità che riguardano le imprese sociali; il bilancio sociale delle imprese sociali dovrà pertanto tra le altre cose includere la relazione in cui viene riportato l’esito di tale monitoraggio, che in specifico riguarda i seguenti aspetti:

  • il fatto che l’Ente svolga in via prevalente attività di interesse generale;
  • correttezza e rispetto delle norme nelle raccolte fondi;
  • assenza dello scopo di lucro, rispettando le norme in termini di destinazione anche indiretta degli utili;
  • per le imprese sociali, l’attestazione che l’ente non è controllato da imprese private o pubbliche amministrazioni;
  • per le imprese sociali, presenza di forme di coinvolgimento dei lavoratori e degli utenti;
  • per le imprese sociali, adeguatezza del trattamento dei lavoratori e rispetto del già citato parametro di 1 a 8 relativamente alle differenze retributive; corretto utilizzo dei volontari.

Il Bilancio sociale nella riforma del Terzo settore

Al di là degli aspetti tecnici, vale la pena richiamare brevemente alcune considerazioni circa la collocazione, per nulla marginale, del bilancio sociale nell’ambito della Riforma del Terzo settore.

La Riforma è pensata per evitare una definizione del terzo settore basata meramente su dichiarazioni di principio, cercando, per quanto possibile, di assicurare che le caratteristiche pro sociali di queste organizzazioni siano effettivamente verificabili (dall’autorità pubblica, in sede di iscrizione e mantenimento al Registro Unico del Terzo Settore, ma anche da parte degli stakeholder); insomma, non si è Enti di Terzo settore solo perché il proprio statuto dichiara l’intenzione di agire a favore della comunità, ma perché si mettono effettivamente in atto azioni di interesse generale. E ciò deve emergere grazie alla trasparenza con cui gli Enti rendono conoscibile il proprio operato, oltre che da funzioni di controllo e ispettive. Lungi dall’essere un fatto meramente tecnico, quindi, l’approvazione di queste linee guida rappresenta un tassello fondamentale di questo sforzo di trasparenza, rafforzando in primo luogo le imprese sociali e gli Enti di Terzo settore di maggiori dimensioni tenuti alla redazione del bilancio, ma anche di tutti gli altri enti che, pur non essendo obbligati, riterranno di volerlo comunque redigere.

Ovviamente tutto ciò assume un senso più profondo nella misura in cui l’approvazione delle linee guida sarà accompagnata da percorsi di sensibilizzazione culturale e di formazione che favoriscano una maturazione degli Enti di Terzo settore tale da far percepire la redazione del bilancio sociale non solo come una formalità cui adempiere, ma come opportunità di riaffermare il proprio ruolo sociale e di avviare percorsi di coinvolgimento dei propri stakeholder tesi al miglioramento del proprio operato.

Misurazione d’impatto: gli otto errori da evitare. Conclusione

Oggi concludiamo l’analisi degli errori da evitare nell’approccio alla misurazione d’impatto trattando gli ultimi 4 punti

Quinto erroreMancanza di flessibilità.
Quando i risultati sociali attesi sono conseguiti, o quando non lo sono, lo spazio in cui operano si trasforma. Le esigenze sociali evolvono naturalmente. Ogni sistema di misurazione deve tenere conto di questa esigenza di cambiamento e miglioramento. Tale revisione si rende necessaria dopo tre o cinque anni per la maggior parte delle misurazioni e dopo un periodo più breve per alcune.

Sesto Errore. Quantificazione a scapito della comprensione.
È ormai appurato che, malgrado l’elaborazione di diversi approcci utili alla quantificazione di risultati e impatti, questi sono sempre solamente il riflesso di una realtà più profonda e più sfumata del resoconto dell’intervento e dei cambiamenti che ne risultano. Il resoconto dei cambiamenti di vita, atteggiamenti e prospettive deve essere sempre prioritario e non essere mai omesso quando i risultati e gli impatti sono correttamente spiegati.

Settimo erroreMantenimento della proporzionalità.
Lo sforzo investito nella misurazione e il livello di precisione raggiunto, devono essere proporzionati all’uso cui è destinata la misurazione. Ciò corrisponde esattamente al concetto ampiamente riconosciuto della rilevanza in contabilità.

Ottavo errore.Burocrazia eccessiva.
La misurazione dovrebbe essere di sostegno e non utilizzare le scarse risorse e rallentare il processo decisionale all’interno delle imprese sociali che dovrebbero reagire con rapidità ed essere flessibili rispetto a un bisogno sociale in aumento.

Misurazione d’impatto: gli otto errori da evitare. Parte prima

Nella misurazione dell’impatto ci sono errori ricorrenti da evitare. Se la misurazione vuole essere efficace devono essere evitati alcuni errori. Oggi analizziamo i primi 4

 

Primo errore. Non considerare che la misurazione ha un impatto sui comportamenti.
Non riconoscere che la misurazione ha e dovrebbe avere un impatto sui comportamenti dei soggetti interessati, inclusi gli utenti del servizio. Il fatto di valutare una misurazione, di pubblicarla o di discuterne influenza i comportamenti e determina al tempo stesso apprendimento e cambiamento. Se tale fatto viene compreso e la misurazione viene realizzata consapevolmente, può essere utilizzato per incentivare comportamenti convergenti e di sostegno (ad es. un utente del servizio che comprende meglio come utilizzarlo e quali sono i vantaggi che ne trarrà ne migliorerà l’efficacia).

Secondo errore. Incentivi perversi
La tendenza naturale ad associare la misurazione alla definizione di obiettivi, e a spingere quindi diverse parti a conseguirli, fa fortemente temere che tali parti possano essere più inclini a raggiungere l’obiettivo, a prescindere dalla realizzazione del risultato atteso. La situazione diviene particolarmente preoccupante se vi è il rischio che 
gli obiettivi misurati spingano l’impresa sociale a selezionare delle schiere di beneficiari a cui è più facile erogare dei servizi, raggiungendo quindi obiettivi ma realizzando risultati più scadenti (tale processo viene definito «scrematura» o «scelta selettiva»). La misurazione non dovrebbe indurre l’IS a selezionare un obiettivo per garantire che gli indicatori siano soddisfatti invece di realizzare l’impatto sociale come previsto.

Terzo errore. Manipolazione o «scommessa».
Per ogni misurazione ci sarà sempre chi cercherà di manipolare il sistema affinché gli obiettivi mostrati appaiano come raggiunti. Questo rischio è sempre presente e l’unico sistema errato è quello che ignora tale rischio e non prende alcuna misura per ostacolare o controbilanciare questo problema. Le 
misure adottate devono essere specifiche per l’IS e per il progetto in questione.

Quarto errore. Esito considerati come risultati o impatti.
Mentre un organismo che fornisce un servizio può essere concentrato sulla realizzazione di esito, questi non costituiscono un obiettivo di per sé, ma un modo per raggiungerlo. Sebbene possano essere utilizzati come sostituti dei risultati, possono far deviare l’attenzione dai risultati stessi.

(segue nel prossimo articolo)

Impatto sociale. Le caratteristiche di una misurazione efficace

Continuiamo il nostro percorso di guida per la misurazione dell’Impatto sociale, affrontando oggi il tema delle caratteristiche di una misurazione efficace

Affinché la misurazione sia efficace essa deve essere:

  1. pertinente: relativa a, e derivante dai risultati che sta misurando;
  2. utile: nel soddisfare le esigenze dei soggetti interessati, sia interni che esterni;
  3. semplice: per come la misurazione viene condotta e presentata;
  4. naturale: derivante dal normale flusso di attività in direzione del risultato;
  5. certa: per come la misurazione è ottenuta e per come è presentata;
  6. compresa e accettata: da tutte le parti interessate coinvolte;
  7. trasparente e bene enunciata: in modo tale che il metodo con cui la misurazione viene condotta e il modo in cui essa si riferisce ai servizi e risultati interessati siano chiari;
  8. basata su delle prove: in modo che possa essere verificata, convalidata e sia da base per un continuo miglioramento.

I principi dello SROI possono, in taluni casi, anche offrire un insieme di principi base utili per la misurazione dell’impatto sociale rispetto ad altri indicatori. Essi sono (con l’interpretazione del gruppo fra parentesi):

  • Coinvolgere i soggetti interessati;
  • Comprendere che cosa cambia;
  • Valutare le cose che contano (per i soggetti interessati);
  • Includere solamente quello che è essenziale (questo costituisce una differenza rispetto al parere dei soggetti interessati);
  • Non chiedere troppo;
  • Essere trasparenti (spiegare chiaramente come si è giunti alla risposta, rivelando anche incertezze riguardanti le prove o supposizioni).
  • Verificare i risultati (sulla base di principi di ricerca validi).

Inoltre, per delineare un quadro completo e utile dell’impatto di un‘IS, è essenziale che la misurazione prenda in esame e quantifichi: 

  • l’impatto sociale sulle comunità e sugli individui;
  • l’impatto sociale a lungo termine piuttosto che solamente quello a breve termine;
  • il campo di applicazione o la portata dell’impatto sociale in termini di copertura geografica e la sua profondità, l’intensità o la portata dell’impatto in una zona ristretta, in particolare in termini di copertura di gruppi di popolazione specifici (ad es, svantaggiati, vulnerabili, a rischio);
  • l’impatto sociale diretto separatamente da quello indiretto, specificando chiaramente come si manifesta quello indiretto.

Questi aspetti chiave dell’impatto sociale rendono necessario misurare non solo l’impatto sociale dell’intervento ma anche alcuni aspetti della stessa IS che svolgono un ruolo fondamentale nel renderli tangibili. Essi sono:

A.la misura in cui l’impatto sociale si inscrive nella ragione sociale dell’IS così come indicato nei suoi statuti (che possono, a loro volta, essere definiti o meno dalla legislazione in vigore);

B. la misura in cui l’IS include nella sua governance i vari soggetti interessati coinvolti (fornitori, utenti, rappresentanti di comunità locali, associazioni ecc.): 

a.poiché il coinvolgimento dei soggetti interessati è quello che consentirà di ridefinire regolarmente le esigenze della comunità e quindi riaggiustare regolarmente gli esito dell’IS in funzione di tali esigenze, ma, di conseguenza, anche di riformulare regolar­mente l’impatto sociale desiderato;

b.poiché questo è ciò che fornisce pieno potenziale alla componente cognitiva (costru­zione delle capacità) del processo di misurazione dell’impatto sociale;

c.poiché genera una dinamica di inclusione che accresce sostanzialmente le possibilità che l’impatto sociale sia conosciuto, analizzato e misurato con accuratezza;

C.la misura in cui l’IS è parte di una rete orizzontale più ampia di relazioni fra imprese o consorzio o gruppo di IS;

D. la salute economica dell’IS, in funzione di parametri classici delle imprese (in termini di fatturato, utili, occupazione, effetto leva (rapporto passività/capitale proprio), produttività del lavoro, diversità dei clienti ecc. 

Esempio di misurazione 

Secondo gli studi locali sull’impatto condotti dal Consiglio nazionale dell’integrazione attraverso l’attività economica (CNIAE), in partenariato con lo Stato francese e con la soci­età di consulenza AVISE, i servizi di inserimento lavorativo attraverso l’economia sociale in Aquitania, Franca Contea e Paesi della Loira hanno permesso l’inserimento di oltre il 50% di dipendenti nel mercato del lavoro e al tempo stesso di risparmiare un totale di 104 milioni di euro per la nazione. Essi hanno garantito lavoro a oltre 60 000 dipendenti e offerto oltre 12 000 posti di lavoro a tempo pieno nel corso dell’anno dello studio. Da un lato contribuiscono all’economica locale: se generano un profitto di 171 milioni di euro, reim­mettono nell’economia locale 204 milioni di euro attraverso lo stipendio dei loro dipendenti (154 milioni di euro) e gli acquisti che effettuano da aziende del territorio (50 milioni di euro). Da un altro lato, consentono allo Stato di risparmi­are: se ricevono le sovvenzioni pubbliche (80 milioni di euro) e le esenzioni (19 milioni di euro) necessarie, sono anche contribuenti (45 milioni di euro). Inoltre, essi producono un risparmio diretto per i dispositivi sociali e medico-sociali: se prendiamo come riferimento i 18 300 euro che vengono normalmente anticipati per i disoccupati come costo per la società, tali servizi risultano quindi come contribuenti netti alla ricchezza nazionale.

Le 5 fasi della Teoria del Cambiamento

Le 5 Fasi della Teoria del Cambiamento o «catena del valore dell’impatto o «modello logico». Costituiscono la base della misurazione dell’impatto.  Un’impresa sociale, o uno dei suoi progetti, dispone di una riserva di risorse, denominate input. Questi possono essere finanziari, intellettuali, umani, strumentali o altro.

Attraverso tali input, essa svolge le proprie attività. Sviluppate sulla base di un modello finanziario equilibrato e dotato di fondi adeguati, queste attività si preoccupano innanzitutto di creare miglioramenti – cambiamenti – nella vita dei beneficiari.

Le attività presentano punti di contatto con i beneficiari, detti esito. Si può trattare, ad esempio, della presenza dell’utente del servizio a un corso o a un programma, la fornitura di un prodotto che il beneficiario utilizzerà in futuro, la creazione di un’interazione sociale – una comunità – per sostenerli o di un processo che interessa la vita del suo beneficiario, nonché un protocollo medico combinato alla fisioterapia o altre terapie per permettere un recupero completo. In ciascun caso l’esito è il mezzo che consente di ottenere un risultato o un impatto e non il risultato stesso.

Attraverso le attività e gli “esito” si ottiene il cambiamento nella vita dei beneficiari (sia gli utenti diretti del servizio che altri soggetti interessati, quali le famiglie, comunità, dipendenti, lo Stato ed altri fornitori di servizi). Questi cambiamenti sono i risultati di questo processo e sono definiti come la differenza tra la situazione che si sarebbe verificata senza la presenza del servizio o del prodotto interessato e la situazione che invece si è verificata grazie alla  sua presenza. Tali risultati possono essere a breve o a lungo termine, in funzione del bisogno soddisfatto e del servizio o prodotto fornito. Di norma i risultati sono descritti come primari (una conseguenza ragionevolmente diretta del servizio o del prodotto nella vita dell’utente del servizio) o secondari (un effetto indiretto nella vita dell’utente del servizio – «.e così sono stati in grado di… » – o nella vita di altre persone).

I risultati possono essere quindi valutati in termini di impatto sulla vita di tale persona o del valore ottenuto per un determinato soggetto interessato (persona) in ragione del servizio o prodotto fornito. Questo esclude il guadagno apportato dall’intervento di altri e tiene conto sia degli effetti positivi che di quelli negativi (questi ultimi sono noti come dislocazione) nonché di attribuzione: in quale misura l’impresa sociale è responsabile del risultato, in contrap­posizione con il risultato ottenuto per l’intervento di altri; effetto inerziale: risultato che si sarebbe prodotto comunque, a prescindere dall’intervento; esaurimento: la tendenza degli effetti di un intervento in un particolare momento a diminuire nel tempo.

Il modello logico che collega questi cinque elementi è noto come teoria del cambiamento ed è fondamentale. Tale modello mostra e spiega il nesso causale tra le attività intraprese e i risultati e l’impatto attesi. Il ragionamento sottostante deve essere compreso e spiegato in ogni circostanza. Deve essere sempre suffragato da elementi di prova proporzionati che spiegano i motivi per cui si suppone che tali risultati derivino da tale attività.

Occorre notare che alcuni operatori del settore confondono e non distinguono fra i risultati e l’impatto. Attribuiscono delle caratteristiche diverse (attribuzione alternativa) e altri ma non definiscono i risultati e l’impatto come due elementi diversi. Un’altra confusione terminologica risiede nella tendenza di alcuni a identificare gli esiti, chiamandoli poi «risultati». Tale confusione è indubbiamente più diffusa tra i finanziatori del settore pubblico.

Le cinque fasi che costituiscono la teoria del cambiamento possono essere definite e illustrate nelle tabella seguente