La Banca d’Italia spinge verso la sostenibilità

Il settore finanziario ha un ruolo chiave nell’influenzare la portata e la velocità della transizione verso la sostenibilità economica e ambientale. Dalla stessa Banca Centrale, arriva, infatti, la spinta al sistema.

La Banca d’Italia, annuncia il Governatore Ignazio Visco, prendendo la parola all’inaugurazione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, ha adottato «una nuova strategia per il significativo miglioramento dell’impatto ambientale dei suoi investimenti”.

L’obiettivo primario, tra gli altri, è quello di mettere a disposizione di tutti gli operatori un modello di riferimento. Per ora, la via prescelta da Banca d’Italia è quella di acquistare azioni di imprese che rispettino le migliori prassi.

Quali sono i criteri? «La metodologia utilizzata in precedenza – spiega Visco – è stata integrata con due tipologie di valutazioni».

 

La prima esclude gli investimenti in titoli emessi da società che operano prevalentemente in settori non conformi al Global Compact delle Nazioni Unite.

Il Global Compact delle Nazioni Unite, è un patto non vincolante, che stabilisce i principi che le imprese dovrebbero seguire nelle aree dei diritti umani, del lavoro, della sostenibilità ambientale e nella prevenzione della corruzione. Questo accordo traduce l’idea della condivisione delle responsabilità in misure pratiche e concrete, per garantire che i tutte queste aree non siano tenute in ostaggio dai capricci della politica.

La seconda, invece, privilegia i titoli di quelle società che mostrano le valutazioni migliori sotto il “profilo Esg”.
L’acronimo di Esg è composto da tre parole enviromental, social and governance. Le quali a loro volta racchiudono tre distinti universi di sensibilità sociale.

l primo è quello dell’ambiente, che comprende rischi quali i cambiamenti climatici, le emissioni di CO2 (biossido di carbonio), l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, gli sprechi e la deforestazione. Il secondo include le politiche di genere, i diritti umani, gli standard lavorativi e i rapporti con la comunità civile. Il terzo universo, invece, è relativo alle pratiche di governo societarie, comprese le politiche di retribuzione dei manager,  la composizione del consiglio di amministrazione, le procedure di controllo, i comportamenti dei vertici e dell’azienda in termini di rispetto delle leggi e della deontologia.

L’investimento sostenibile, dunque, può essere definito come un approccio di lungo termine che include i fattori ESG nelle decisioni di allocazione del proprio patrimonio, sia esso quello personale del piccolo o grande risparmiatore o quello di un fondo comune.

 

Oggi alcune società e istituzioni finanziarie (poche in Italia rispetto ad altri Paesi) contribuiscono a innalzare il grado di consapevolezza e di conoscenza dei rischi legati ai fattori di sostenibilità. Riescono a comunicare agli altri come i fattori di sostenibilità possano incidere sulla loro attività, sia  nel loro interesse, migliorare la loro performance che nell’interesse delle generazioni future.
«Nel nostro Paese – conclude il Governatore – l’interesse espresso dai risparmiatori per la finanza sostenibile è significativo, ma l’offerta di prodotti non è ancora sufficiente a soddisfare la domanda: vi è spazio per nuovi progetti da finanziare, servono strumenti adeguati sui quali investire ed è fondamentale la capacità delle imprese di fornire le informazioni necessarie sulla sostenibilità delle proprie attività». 

Quest’ultimo passaggio avviene attraverso la predisposizone della Rendicontazione non finanziaria (conosciuta anche come Bilancio Socialeobbligatorio per diversi soggetti come stabilito dal D. Lgs n. 30 del dicembre 2016.

Stakeholder engagement

 I GRI Standards definiscono gli stakeholder come quelle entità o individui che possono avere un impatto significativo sulle attività, prodotti e servizi di un’organizzazione e le cui azioni possono incidere sulla capacità dell’organizzazione stessa di implementare con successo le proprie strategie e raggiungere gli obiettivi.

 Lo stakeholder è quel gruppo o quella persona che ha un interesse/impatto verso le attività dell’azienda e verso cui l’azienda stessa ha un interesse. È, inoltre, quell’attore con cui viene costruita una solida relazione continuativa. Gli stakeholder possono essere divisi in primari e secondari in base al grado di influenza (diretta o indiretta nei processi decisionali dell’azienda) e dipendenza (diretta o indiretta dalle attività, dai prodotti/servizi o dalle performance dell’impresa) reciproca tra azienda e stakeholder. Gli stakeholder primari sono identificati come quelli che hanno un’influenza diretta sull’impresa, sono inseriti all’interno della catena del valore, permettono il raggiungimento degli obiettivi aziendali e la cui valutazione positiva o negativa nei confronti di un’impresa contribuisce a costituirne la reputazione. Gli stakeholder secondari sono quegli stakeholder, che pur essendo importanti  hanno un minore impatto sulla catena del valore dell’impresa.

 Una adeguata comprensione dei propri stakeholder si traduce in un ambiente operativo più facile e più ricettivo, in cui le prestazioni migliorano.

Engagement

Lo stakeholder engagement è lo strumento che può contribuire tanto al miglioramento strategico quanto a quello operativo. Il coinvolgimento in questa fase può essere una fonte di innovazione e nuove collaborazioni, delineandosi come una risorsa. Come per la maggior parte degli Standard, un cambiamento nel livello e nell’approccio al coinvolgimento degli stakeholder si verifica nel tempo all’interno di un’organizzazione, pertanto, lo stakeholder engagement non è uno strumento fine a sé stesso, deve avere un obiettivo specifico in modo da diventare strategico a 360 gradi. Uno stakeholder engagement completamente integrato nella governance e nella strategia organizzativa coinvolge costantemente le funzioni aziendali, permettendo di individuare e portare a sintesi le priorità di intervento e le aree di maggiore interesse in termini di impatti economici, ambientali e sociali dell’organizzazione, ottenendo inoltre input utili per la lettura e la gestione di tali priorità, rafforzando e legittimando l’integrazione della sostenibilità nel business. Declinato in questa modalità lo stakeholder engagement non è solo uno strumento di ascolto ma permette anche di lavorare insieme attraverso processi di open innovation.

Le fasi del processo

Conosci i tuoi stakeholder e i temi per te più significativi?

 La prima fase identificata dallo Standard riguarda la mappatura di temi e stakeholder. La mappatura di stakeholder e dei temi possono essere trattate come due fasi distinte, ma rappresentano nel processo di stakeholder engagement di riferimento due azioni della medesima prima fase “Plan”.

La mappatura degli stakeholder. Al fine di progettare processi di coinvolgimento degli stakeholder che siano efficaci, è necessario avere una chiara comprensione di chi sono gli stakeholder rilevanti e di come e perché dovrebbero essere coinvolti dall’organizzazione. Le organizzazioni dovrebbero pertanto definire e mappare gli stakeholder più significativi per raggiungere il proprio scopo. Stabilire criteri chiari per la mappatura stakeholder consente alle organizzazioni di evitare che il coinvolgimento venga guidato da considerazioni non strategiche. Per identificare quelli che sono gli stakeholder prioritari della propria organizzazione, può essere utile porsi cinque domande.

Ha lo stakeholder un impatto fondamentale sulla tua organizzazione?

Puoi chiaramente identificare che contributo ti aspetti dallo stakeholder?

La relazione con il tuo stakeholder è dinamica? Vuoi che cresca e migliori?

Puoi esistere senza lo stakeholder? Puoi facilmente rimpiazzarlo?

Lo stakeholder è già stato identificato attraverso un’altra relazione?

Festival Sviluppo Sostenibile

“Si è chiuso il 31 marzo a Firenze il Festival dell’Economia Civile, al termine del quale i promotori chiedono al Premier Giuseppe Conte ed al Ministro dell’Economia Giovanni Tria, presenti agli incontri, di porre lo sviluppo sostenibile al centro delle decisioni economiche del Governo”.

Favorire lo sviluppo della finanza sostenibile non è un’utopia, ma un percorso già oggi condiviso dalle più evolute banche del Mondo, favorendo investimenti che favoriscano l’inclusione sociale (per esempio tramite le imprese sociali), il rispetto dell’ambiente, il finanziamento l’economia reale.

Nelle aziende più moderne la retribuzione dei manager comincia ad essere collegata anche ai progressi fatti in tema di sostenibilità, ponendo come traguardo il triplo obiettivo valore economico/ambiente/dignità della persona.

Le ricerche dimostrano che i millennials sono maggiormente disponibili a lavorare per aziende sostenibili rispetto a quelle “tradizionali”, anche con retribuzioni più basse.

Sono tutti elementi che dimostrano che la strada è ormai tracciata.

L’Italia è in prima linea su questi temi; siamo la Nazione che ricicla di più al mondo e siamo leader mondiali in tema di circolarità dell’economia (la scarsità delle risorse ha storicamente indotto gli italiani a riciclare e ad utilizzare le materie prime-seconde).

Queste caratteristiche virtuose del nostro sistema produttivo non vanno sprecate, soprattutto considerando che l’economia mondiale ha già imboccato questa strada e senza dimenticare che i recenti dati economici dimostrano – qualora ce ne fosse bisogno – che l’Italia si trova in una situazione di stagnazione economica.

La richiesta al Governo non può che essere quella di favorire la transizione dall’economia volta al profitto a quella volta allo sviluppo sostenibile, introducendo anche agevolazioni economico/finanziarie e benefici fiscali per incoraggiare i comportamenti sostenibili delle nostre imprese.

Un nuovo grande evento si svolgerà dal 21 maggio al 6 giugno 2019; 17 giorni, tanti quanti gli obiettivi di sviluppo sostenibile individuato il 25 settembre 2015 dall’agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Si tratta della terza edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, organizzato da ASVIS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) con lo scopo di “sensibilizzare e mobilitare i cittadini , giovani generazioni, imprese, associazione e istituzioni sui temi della sostenibilità economica, sociale e ambientale, diffondere la cultura della sostenibilità e realizzare un cambiamento culturale e politico che consenta all’Italia di attuare l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e centrare i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile.” (tratto dalla locandina del festival).

Il calendario è ancora in programmazione e sarà consultabile sul sito dedicato al festival http://festivalsvilupposostenibile.it/2019 ; l’evento di apertura si terrà all’Auditorium di Roma il 21 maggio, e vedrà la partecipazione dei rappresentanti delle istituzioni europee.

L’obbligo del bilancio sociale

Tra le nuove regole del decreto legislativo 112/2017 che si applicano alle cooperative sociali c’è sicuramente l’obbligo di redazione del bilancio sociale, da depositare presso il Registro delle imprese e pubblicare sul sito internet dell’ente. L’adempimento non è nuovo alla categoria, in quanto già alcune Regioni lo richiedevano per l’iscrizione nei rispettivi albi, ma con la riforma diviene obbligatorio per tutte le coop sociali in quanto imprese sociali.

Le linee guida per la sua predisposizione sono state approvate nelle scorse settimane dalla Cabina di regia e saranno presto pubblicate in Gazzetta ufficiale, per cui ragionevolmente il nuovo obbligo dovrebbe essere operativo per tutti già dal prossimo anno, in relazione all’esercizio 2019 (a meno di diversa indicazione nel decreto). Fino ad ora, infatti, solo le coop sociali che vi erano tenute in base alla normativa regionale hanno dovuto adempiere, utilizzando le vecchie linee guida, mentre le altre sono state esonerate in attesa delle apposite indicazioni.

La funzione del documento è quella di offrire una panoramica completa sui risultati sociali, ambientali ed economici raggiunti dall’ente, fornendo informazioni ulteriori rispetto a quelle che possono desumersi dai semplici dati economico-finanziari o dalla relazione di missione (che illustra le poste di bilancio con uno sguardo alla mission dell’ente). Uno strumento particolarmente importante, soprattutto in termini di reputazione, in quanto consente ai potenziali investitori/sostenitori di valutare l’operato dell’ente e fare scelte consapevoli ad esempio sul soggetto a cui destinare un’erogazione o al progetto da finanziare.

Anche per questo motivo, i criteri di redazione sono uniformi per tutti gli enti del Terzo settore (anche diversi dalle imprese sociali e cooperative sociali), in modo che il documento sia facilmente intelligibile per gli stakeholders interessati (associati, lavoratori, pubbliche amministrazioni, terzi). Il bilancio è diviso in sezioni e sottosezioni, a cui corrispondono alcune informazioni minime, la cui eventuale omissione deve essere motivata. Nella prima parte va indicata la metodologia adottata per la redazione, specificando gli eventuali standard di rendicontazione utilizzati e se si sono verificati cambiamenti rispetto al periodo precedente. Si passa poi alle informazioni generali sulla struttura dell’ente, la governance, il personale impiegato, fino ad arrivare alle attività svolte e agli obiettivi raggiunti o in corso di realizzazione. In questa parte sarà importante dar conto dei benefici qualitativi e quantitativi prodotti sui principali portatori di interessi, delle risorse economiche impiegate e degli eventuali fattori che possono compromettere il raggiungimento dei fini istituzionali. Elementi utili per capire la portata delle singole attività svolte, anche se poi la vera e propria valutazione di impatto sociale sarà oggetto poi di un documento separato, da redigere a sua volta con apposite linee guida. Da ultimo, una sezione conclusiva riguarda le osservazioni dell’organo di controllo, che deve monitorare su alcuni aspetti specifici come l’assenza di scopo di lucro e il rispetto dei principi di verità e trasparenza nell’attività di raccolta fondi.

Bilancio di sostenibilità. Occorrono fatti

“Il passaggio epocale e culturale ad una gestione del business sostenibile e responsabile, non può e non deve ricadere totalmente e completamente sulle imprese, che già (in particolare quelle più piccole) fanno fatica tra mille oneri e balzelli”

Bilancio sociale tra obbligo ed opportunità

Negli ultimi anni, alcune innovazioni a livello legislativo hanno introdotto l’obbligo a carico di diversi soggetti di predisporre la rendicontazione non finanziaria, che a seconda dei casi assume la denominazione di bilancio sociale, relazione di impatto, dichiarazione non finanziaria ecc…

Ci si riferisce in particolare:

1. all’introduzione tra i tipi societari della Società Benefit, avvenuta nel 2016, obbligata alla redazione della Relazione di Impatto insieme al bilancio di esercizio;

2. all’istituzione delle SIAVS, Start Up Innovative a Vocazione Sociale

     3. all’obbligo di redazione della Relazione non Finanziaria a carico delle società quotate e di interesse pubblico, introdotto nell’ordinamento ad opera del Decreto Legislativo 30 dicembre 2016, n. 254;

    4. alla completa rivisitazione del terzo settore, ad opera dei DL 112/2018 e 117/2017, che introducono l’obbligo per gli enti iscritti al Registro del Terzo Settore di redazione del bilancio sociale.

Se i soggetti di cui al punto 1) e 2) hanno scelto di costituirsi come Società Benefit o come SIAVS, ed hanno pertanto consapevolmente valutato l’onere di redazione del bilancio sociale, se per i soggetti di cui al punto 3) la spesa necessaria non costituisce certamente una preoccupazione, altrettanto non si può dire per gli enti del terzo settore.

Questi ultimi, soprattutto se di piccole dimensioni, si troveranno a dover far fronte ad un onere che con tutta probabilità (sbagliando) non ritengono necessario e che al contempo toglie risorse ad attività giudicate più importanti, quali quelle istituzionali.

Non si può nascondere che un processo completo di redazione di un bilancio sociale (al di là delle indicazioni ministeriali che verranno fornite con le linee guida previste dall’articolo 14 del citato DL 112/2007) prevede il coinvolgimento dell’intera struttura dell’ente e degli stakeholders esterni, la creazione di una cultura della sostenibilità e della responsabilità sociale a tutti i livelli dell’organizzazione, anche tramite attività di coaching, la misurazione dell’impatto generato attraverso l’identificazione degli indicatori idonei a valutarlo, una analisi di materialità, la redazione del bilancio sociale e l’individuazione degli obiettivi di miglioramento ecc…

Si tratta insomma di una attività complessa che, per condurre ad un risultato completo ed affidabile, deve essere compiuta da soggetti con professionalità specifiche. 

Incetivare il processo di adozione della responsabilità d’impresa

Riteniamo che il Legislatore avrebbe fatto quindi bene ad introdurre incentivi o agevolazioni per favorire, per lo meno nei primi anni di applicazione, l’adozione del bilancio sociale da parte di questi soggetti. La logica del “bastone e della carota” avrebbe probabilmente consentito una adozione meno dolorosa dello strumento giuridico rappresentato dal bilancio sociale, favorendo al contempo la diffusione non tanto della cultura della sostenibilità, connaturata negli enti del terzo settore, quanto la consapevolezza della necessità della misurazione dell’impatto generato, quale strumento indispensabile per comprendere dove si posiziona la propria organizzazione, quale impatto essa abbia sugli stakeholders e sull’ambiente ed infine in quale direzione occorra indirizzare in futuro l’attività.

Gli incentivi potrebbero ricalcare quanto già fatto, ad esempio, per le attività di ricerca e sviluppo, concedendo quindi un credito di imposta pari alle spese sostenute per le consulenze necessarie alla redazione del bilancio sociale.

Alcune Regioni si sono già mosse in questa direzione.

Ad esempio in Lombardia esiste l’Albo Regionale Cooperative Sociali. Per iscriversi, la cooperativa deve depositare in Camera di Commercio il Bilancio Sociale, ma al contempo l’iscrizione consente di accedere ai benefici economici previsti dalla Regione, di procedere all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, di stipulare convenzioni con enti pubblici in deroga alle normali procedure per l’assegnazione di servizi.

In Friuli Venezia Giulia viene sperimentato, a favore delle PMI, un sistema per incentivare “Un approccio strategico nei confronti del tema della responsabilità sociale delle imprese … sempre più importante per la loro competitività” (il testo in corsivo è tratto dal sito della Regione) in attuazione dell’articolo 51 della Legge Regionale 9 agosto 2005, n. 18, che prevede un contributo pari all’80% delle spese sostenute, fino ad un massimo di 7.000 euro per l’adozione del bilancio sociale e di 10.000 euro per l’adozione del sistema di gestione della responsabilità sociale secondo la norma SA 8000.

Alcuni spunti e suggerimenti

 A nostro avviso sarebbe importante che analoghe iniziative venissero prese a livello nazionale. Il tempo non manca, visto che le linee guida per la redazione del bilancio sociale non sono ancora state emanate e quindi, con tutta probabilità, riguarderanno i rendiconti del 2019.

Auspichiamo pertanto un intervento normativo in tal senso, in mancanza del quale per molte realtà del terzo settore il bilancio sociale rischia di essere considerato un ennesimo adempimento non necessario, mentre dovrebbe essere inteso come un’opportunità per dare un indirizzo più consapevole e mirato alla propria azione sociale.

Un quadro normativo dedicato

Quello che auspichiamo in realtà è una dimostrazione concreta di quanto il nostro “Sistema Paese” abbia a cuore la sostenibilità e la responsabilità sociale d’impresa, sottolineando che le tematiche afferenti ai due concetti non possono semplicisticamente ridursi ad una coscienza ecosostenibile ma anche e soprattutto ad una complessiva responsabilità sociale ad esempio nel campo della partecipazione agli appalti pubblici (anticorruzione) e nell’utilizzo dei fondi pubblici.

In tal senso sarebbe utile oltre che necessario introdurre dei sistemi “premianti” ed incentivanti con misure complete e ad hoc. Ne suggeriamo alcune:

1. Creazione di una sezione speciale del Registro Imprese per le società che certificano il proprio bilancio di sostenibilità e bilancio sociale (al pari delle SIAVS e delle Società Benefit);

2.Introduzione di un sistema agevolato di accesso al credito anche con l’utilizzo del Fondo Centrale di Garanzia;

3.Introduzione di sistemi premianti per l’accesso ad agevolazioni e bandi pubblici

4.Introduzione di agevolazioni (anche in forma di voucher) per l’investimento necessario ad ottenere il bilancio sociale e di sostenibilità;

5.Introduzione di agevolazioni specifiche per programmi di formazione volti alla governance sostenibile delle imprese;

6.Introduzione di sistemi premianti per la partecipazione a gare ed appalti pubblici;

7.Introduzione di sistemi di agevolazione al lavoro ed agli investimenti in sostenibilità e responsabilità sociale;

8.Introduzione di sistemi di agevolazione fiscale.

Una responsabilità sociale “globalizzata”

Certo l’introduzione di un quadro normativo a supporto e stimolo di una economia sostenibile e responsabile a livello nazionale può essere utile ed opportuno, ma rischierebbe di ottenere un effetto limitato (o addirittura contro produttivo, in termini di economia globalizzata) per le imprese nazionali che adottano questo nuovo pensiero. La responsabilità sociale e la sostenibilità, arrivano nelle nostre case e nella nostra vita quotidiana attraverso i prodotti e i servizi delle imprese che li producono e se produrre in “responsabilità” può significare una “minore competitività in termini di costo industriale e commerciale” rispetto a prodotti e servizi provenienti da Paesi a “scarsa sensibilità sociale” questo rischia di diventare penalizzante rilevando che la coscienza sostenibile è sicuramente condivisa da tutti noi in termini di filosofia, un pò meno in termini di comportamenti concreti e soprattutto in termini di comportamenti di acquisto.

Certo a livello mondiale ed europeo esistono già programmi e politiche che “invitano” le nazioni e le imprese  a comportamenti responsabili e sostenibili ma senza alcun obbligo ovvero senza alcuna penalizzazione in termini di politica economica.

La vera soluzione sarebbe l’introduzione di misure di politica economica internazionale nell’ambito dei trattati di scambio e commercio internazionale che favoriscano l’ingresso alle dogane di prodotti e servizi sostenibili a svantaggio di prodotti e servizi che non lo sono.

 

 

 

La relazione al bilancio sociale

Le linee guida, hanno definito i contenuti minimi del  bilancio sociale  ed i necessari adempimenti. Non vi è ancora sufficiente chiarezza sui contenuti della relazione sociale annessa al bilancio (parte del bilancio sociale)”

Per le organizzazioni non profit il bilancio sociale costituisce occasione di verifica e di affinamento dell’impianto di contabilita` sociale dell’ente. Questo aspetto emerge proprio dalla relazione sociale, parte del bilancio sociale in cui, attraverso gli indicatori di gestione, prevalentemente di tipo non finanziario, si fornisce un resoconto puntuale ed esaustivo delle attività svolte dall’ente nei confronti di ciascuna categoria di stakeholder, facendo emergere, con chiarezza di linguaggio e semplicità.

La Rendicontazione sociale

La rendicontazione sociale per le aziende non profit deve contenere una struttura espositiva, che il tradizionale bilancio dell’ente non riesce ad esprimere. I contenuti qualitativi della relazione sociale dipendono dall’esistenza di un sistema informativo adeguato alla struttura organizzativa ed alle strategie dell’ente. Il sistema informativo deve infatti consentire un controllo di gestione simile a quello di un’azienda che opera in una logica di profitto, in modo da poter fornire agli stakeholder (soprattutto a coloro che forniscono le risorse finanziarie) sufficienti elementi in merito alle modalità di impiego delle stesse, al fine di mantenere e rafforzare la loro fiducia e quindi il loro consenso nei confronti dell’organizzazione.

La relazione sociale

La relazione sociale consente quindi alle aziende non profit di:

1. rendere visibili per categoria di stakeholder i risultati acquisiti od eventualmente in progress;

2. descrivere il rapporto di scambio con i singoli portatori di interesse;

3. dimostrare il grado di coinvolgimento degli stakeholder attraverso il processo di rilevazione del consenso. 

Coerentemente con la struttura organizzativa e con i criteri di allocazione delle risorse descritti nel bilancio sociale, la relazione sociale è dedicata al rapporto sulle prestazioni e sui servizi offerti. Secondo questa impostazione, al fine semplificare la descrizione analitica dei criteri e delle modalità di scelta, le prestazioni effettuate sono opportunamente aggregate per macro-aree di intervento. In tal modo si rende esplicito come gli impieghi economici dell’organizzazione si traducano effettivamente in specifici progetti e servizi, raggiungendo definitivamente lo scopo di comunicare con chiarezza e trasparenza le scelte e gli interventi posti in essere. In questi casi, viene comunque indicata come area di miglioramento, la possibilita` di avvicinarsi gradualmente allo standard di processo, che prevede una classificazione degli interventi per categoria di stakeholder.

Identificare gli stakeholder

Una delle difficoltà della redazione della relazione sociale consiste proprio nella identificazione e misurazione degli stakeholder, ovvero di tutti i portatori di ineresse (non esclusivamente finanziari; sia interni che esterni ) delle attività, azioni e progetti posti in essere dalla organizzazione. Lo step successivo riguarda la descrizione e la motivazione per la quale si intendono “stakeholder”.

Di seguito uno schema di esempio riferito all’ambito risorse umane.

 

Dopo aver individuato le differenti categorie di stakeholder, il processo di redazione del bilancio sociale prevede la definizione di un insieme di indicatori atti a rappresentare il livello di coinvolgimento degli stessi e i risultati realizzati rispetto alle previsioni

Al tempo stesso, a puro titolo esemplificativo, appare di interesse proporre una serie di indicatori quantitativi riferiti ad alcune categorie di stakeholder peculiari per le aziende non profit:

Il passaggio successivo in relazione alla definizione della modalità di misurazione è ottenere indici di misurazione confrontabili nel tempo e che possono confluire nella generazione del Social ROI (SROI).

Il Bilancio sociale diventa obbligatorio

“Con le linee guida scatta l’obbligo per le coop sociali, tenute a questo adempimento in quanto imprese sociali di diritto, ma fino a questo momento fatte salve proprio per la mancanza di indicazioni redazionali.”

Manca solo una firma per l’operatività del bilancio sociale che, con le nuove linee guida, avrà criteri uniformi sia per le imprese sociali che per gli altri enti del Terzo settore (Ets). Redazione, deposito e pubblicazione sul sito internet di questo documento sono sempre obbligatori per le imprese sociali, che fino ad oggi hanno utilizzato le vecchie linee guida, mentre gli Ets vi saranno tenuti solo al superamento di un milione di euro di entrate. Con le linee guida scatta l’obbligo per le coop sociali, tenute a questo adempimento in quanto imprese sociali di diritto, ma fino a questo momento fatte salve proprio per la mancanza di indicazioni redazionali.

La finalità delle linee guida è chiara: dettare regole omogenee su contenuti e modalità di predisposizione del bilancio sociale, per consentire agli enti di adempiere agevolmente all’obbligo informativo ed offrire a tutti gli stakeholder interessati (associati, lavoratori, pubbliche amministrazioni, terzi) un’informativa strutturata e puntuale sull’operato degli enti e dei loro amministratori, nonché sui risultati sociali, ambientali ed economici conseguiti nel tempo.

 Il bilancio dovrà contenere alcune informazioni minime, suddivise in sezioni e relative sottosezioni, la cui eventuale omissione dovrà essere motivata. Si va dalla metodologia adottata per la redazione (con indicazione di eventuali standard di rendicontazione utilizzati e cambiamenti rispetto al periodo precedente) alle informazioni generali sulla struttura dell’ente, la governance, il personale impiegato, fino ad arrivare al cuore delle attività svolte e degli obiettivi raggiunti o in corso di realizzazione, tenendo conto delle risorse economiche dell’ente e dei possibili fattori che possono compromettere il raggiungimento dei fini istituzionali.

Una sezione conclusiva, poi, è dedicata interamente alle osservazioni dell’organo di controllo, che deve monitorare alcuni aspetti specifici, come il perseguimento dell’assenza di scopo di lucro, il rispetto dei principi di verità e trasparenza nell’attività di raccolta fondi o, per le imprese sociali, l’effettivo svolgimento in via principale delle attività di interesse generale (i cui ricavi devono essere superiori al 70% dei ricavi complessivi). 
Oltre al deposito presso il Registro unico del Terzo settore o il Registro delle imprese (per imprese sociali e coop sociali), il bilancio andrà pubblicato sul sito internet dell’ente o su quello della rete associativa di appartenenza (per chi aderisca ad una rete e non abbia un sito proprio), assicurando accessibilità ai terzi e pronta reperibilità delle informazioni. Un’opportuna diffusione tramite canali digitali dovrà essere assicurata anche dagli Ets, che decideranno volontariamente di redigere il bilancio sociale (in assenza del relativo obbligo). Questi ultimi, per la redazione dovranno sempre fare riferimento alle linee guida ma potranno adottare un’esposizione ridotta (purché idonea a dare una rappresentazione attendibile ed esaustiva delle informazioni).

L’impatto di Outcome

Come abbiamo scritto nei precedenti articolila valutazione degli Outcome e la successiva assegnazione dei valori è una fase fondamentale del processo di calcolo del Social ROI.

In questo articolo parliamo di una modalità di verifica e validazione degli outcome calcolati, ovvero se effettivamente la nostra organizzazione ha positivamente impattato sull’ambiente sociale nel quale opererà o andrà ad operare

È solo attraverso la misurazione e la contabilizzazione dei fattori di impatto che si può ottenere il senso che l’attività sta avendo. Al contrario, c’è il rischio di investire in iniziative che non funzionano o che non lo fanno come dovrebbero. Inoltre definire l’impatto può aiutare ad identificare ogni stakeholder importante che avete tralasciato.

Oggi trattiamo una delle 4 fasi che portano alla definizione dell’impatto, quella del Deadweith e spiazzamento.

DEADWEITH E SPIAZZAMENTO

Ildeadweight è la misura della quantità di outcome che sarebbe avvenuta anche nel caso in cui l’attività non avrebbe avuto luogo. Viene calcolato in percentuale. Ad esempio, una valutazione di un programma di rigenerazione urbana ha rilevato che c’era stato un incremento del 7% dell’attività economica nell’area prima dell’inizio del programma. Al contrario, l’economia nazionale, nello stesso periodo, era cresciuta del 5%. I ricercatori avranno bisogno di analizzare quanto l’economia locale è cresciuta grazie ai cambiamenti economici generali e quanto grazie all’intervento specifico che viene preso in esame. Per calcolare il deadweight si fa riferimento a gruppi di comparazione o benchmark. La comparazione perfetta sarebbe il medesimo gruppo di persone che avete coinvolto, osservando però cosa sarebbe accaduto se non avessero beneficiato dell’intervento. Dal momento che non è possibile una comparazione perfetta, la misurazione del deadweight sarà sempre una stima. Avrete bisogno di cercare informazioni il più vicino possibile alla vostra popolazione. Più simile il gruppo di comparazione, migliore sarà la stima. Se non sarà possibile identificare un appropriato gruppo o proxy, dovrete fare affidamento sulla “migliore stima”.

La maniera più semplice di stimare il deadweight sarebbe esaminare l’andamento, nel tempo, di un indicatore per vedere se c’è differenza tra l’andamento prima dell’inizio dell’attività e dopo l’inizio. Ogni incremento dopo l’avvio delle attività fornisce un’indicazione di quanto l’outcome sia il risultato delle attività.

Lo spiazzamento è un’altra componente dell’impatto ed è una valutazione di quanto l’outcome spiazzi altri outcome. Non si applica ad ogni analisi SROI,è importante, però, essere cosciente di questa possibilità. Due esempi mostrano i casi in cui lo spiazzamento risulta rilevante:

  1. Una valutazione di un programma di illuminazione delle strade in un quartiere, finanziato dal Governo, ha rilevato una riduzione della criminalità, tuttavia il quartiere vicino riferisce un incremento del crimine nello stesso periodo. È possibile che la riduzione della criminalità si sia semplicemente trasferita.
  2. Un progetto di sostegno ad ex detenuti, affinché accedano al lavoro, prende in considerazione nella sua analisi il contributo alla produzione economica, il decremento dei sussidi e la crescita delle entrate fiscali. Dal punto di vista dello Stato questi vantaggi avrebbero un elevato tasso di spiazzamento, poiché si tratterebbe molto probabilmente di posti di lavoro, ormai preclusi ad altre persone, che potrebbero offrire un contribuito di pari valore all’economia. Questo punto di vista non tiene conto di altri vantaggi economici che il progetto potrebbe generare per gli individui o la comunità.

Se pensate che lospiazzamento sia rilevante e che le vostre attività stiano spostando un outcome, potreste scoprire che c’è adesso un altro stakeholder interessato dallo spiazzamento. Dovreste tornare indietro ed introdurre il nuovo stakeholder nella Mappa dell’Impatto, oppure potreste stimare la percentuale dei vostri outcome, conteggiati due volte, a causa dello spiazzamento. Calcolate dunque l’ammontare usando questa percentuale e deducetela dal totale.

Portiamo in vacanza la sostenibilità

L’attenzione per l’ambiente non va in vacanza. Più di un nostro connazionale su 4 (26%) dichiara che quest’anno presterà maggiore attenzione al proprio impatto ambientale durante le vacanze estive rispetto allo scorso anno. A scattare la fotografia è il Summer Vacation Destinations Report 2019.

In particolare, i dati dell’indagine mostrano che la maggiore eco responsabilità dei viaggiatori toccherà vari ambiti, primo fra tutti l’impegno a riciclare correttamente (62%), seguito dal non abbandonare rifiuti nella natura (49%) l’attenzione all’impatto ambientale dei trasporti per raggiungere la meta del viaggio (32%) e la scelta di hotel eco friendly (26%)

La sostenibilità diffusa

La sostenibilità, ed in particolare quella ambientale si è ritagliata negli ultimi anni una posizione privilegiata nei discorsi pubblici, un argomento e un impegno che sta a cuore a un numero crescente di persone, complice anche la forza di personaggi iconici come la giovane Greta Thunberg. L’onda green ha bagnato le rive anche del settore turistico, dove i danni derivanti dalla condotta scriteriata dell’uomo sono particolarmente evidenti. Basta recarsi su alcune isole, un tempo paradisi naturali incontaminati e oggi distesa senza fine di hotel («eco» o meno che siano) e ripiene dei rifiuti lasciati dai turisti e difficili da smaltire, specialmente su isole lontane.

Sono appunto alcune isole che sono state capaci di dare il via ad un movimento contro l’uso della plastica. Esempio seguito da strutture turistiche, hotel, località che hanno posto un freno all’utilizzo di posate, bicchieri e contenitori monouso in plastica.

Sono diventate, come si legge spesso con un’incauta espressione inglese, plastic free. Incauta,  perchè in realtà ciò a cui si dice addio sono quegli oggetti in plastica monouso non biodegradabile. Ma sebbene non venga eliminata tutta la plastica, questo piccolo passo può avere conseguenze enormi. Soprattutto quando ad abbracciare questa filosofia sono realtà grandi come le catene alberghiere.

Scelte Virtuose

Ma il viaggiatore che (anche) per questioni etiche volesse sapere prima di prenotare se il luogo in cui si reca è virtuoso per quanto riguarda la sostenibilità ambientale, come fa? Beh, esistono alcune certificazioni innanzitutto, dei bollini di cui si possono fregiare le strutture ricettive.

Esistono certificazioni specifiche (ambientali) come Ecolabel, istituito in tempi non sospetti, nel 1992, per riconoscere quei prodotti e servizi che nel loro ciclo di vita hanno un ridotto impatto ambientale. Per ottenerlo, deve essere richiesto volontariamente e ed è concesso da un’istituzione terza super partes – il comitato Ecolabel Ecoaudit con il supporto dell’ISPRA nella fattispecie; prevede inoltre procedure rigorose come il Life Cycle Assessment, in grado di “misurare” le interazioni con l’ambiente.

Oppure è possibile una scelta più completa in tema di sostenibilità, ovvero quella di dotarsi di sistemi di programmazione e controllo che abbracciano tutti gli ambiti della sostenibilità e non solo quello ambientale: il bilancio di sostenibilità che le strutture sono obbligate a pubblicizzare sul proprio sito, così come le policies e le misure adottare per la sostenibilità

Chi, attivo nel turismo, sceglie la strada della sostenibilità ha indubbi vantaggi. Innanzitutto una «riduzione sostanziale dei costi»; questo perché subentra una gestione attenta. Inoltre, diversi turisti ormai sono molto attenti a scegliere strutture ricettive sostenibili; soprattutto quelli provenienti da zone europee con un alto potere d’acquisto.

Attenzione però perché alcune strutture che ancora si fregiano di marchi come quelli di Ecolabel, in realtà non dispongono più della certificazione. In alcuni casi, infatti, la sostenibilità può diventare un modo per condurre una sorta di green washing; un’operazione che permette di presentare formalmente la struttura come ecosostenibile, ma che poi non trova riscontro nella reale gestione, ecco perchè è sempre necessario verificare se sul sito web della struttura esiste i bilancio di sostenibilità e le policies adottate.

Buone vacanze sostenibili da tutto lo staff TCC!

Ci rileggiamo a settembre.

Misurazione d’impatto: gli otto errori da evitare. Conclusione

Oggi concludiamo l’analisi degli errori da evitare nell’approccio alla misurazione d’impatto trattando gli ultimi 4 punti

Quinto erroreMancanza di flessibilità.
Quando i risultati sociali attesi sono conseguiti, o quando non lo sono, lo spazio in cui operano si trasforma. Le esigenze sociali evolvono naturalmente. Ogni sistema di misurazione deve tenere conto di questa esigenza di cambiamento e miglioramento. Tale revisione si rende necessaria dopo tre o cinque anni per la maggior parte delle misurazioni e dopo un periodo più breve per alcune.

Sesto Errore. Quantificazione a scapito della comprensione.
È ormai appurato che, malgrado l’elaborazione di diversi approcci utili alla quantificazione di risultati e impatti, questi sono sempre solamente il riflesso di una realtà più profonda e più sfumata del resoconto dell’intervento e dei cambiamenti che ne risultano. Il resoconto dei cambiamenti di vita, atteggiamenti e prospettive deve essere sempre prioritario e non essere mai omesso quando i risultati e gli impatti sono correttamente spiegati.

Settimo erroreMantenimento della proporzionalità.
Lo sforzo investito nella misurazione e il livello di precisione raggiunto, devono essere proporzionati all’uso cui è destinata la misurazione. Ciò corrisponde esattamente al concetto ampiamente riconosciuto della rilevanza in contabilità.

Ottavo errore.Burocrazia eccessiva.
La misurazione dovrebbe essere di sostegno e non utilizzare le scarse risorse e rallentare il processo decisionale all’interno delle imprese sociali che dovrebbero reagire con rapidità ed essere flessibili rispetto a un bisogno sociale in aumento.

Misurazione d’impatto: gli otto errori da evitare. Parte prima

Nella misurazione dell’impatto ci sono errori ricorrenti da evitare. Se la misurazione vuole essere efficace devono essere evitati alcuni errori. Oggi analizziamo i primi 4

 

Primo errore. Non considerare che la misurazione ha un impatto sui comportamenti.
Non riconoscere che la misurazione ha e dovrebbe avere un impatto sui comportamenti dei soggetti interessati, inclusi gli utenti del servizio. Il fatto di valutare una misurazione, di pubblicarla o di discuterne influenza i comportamenti e determina al tempo stesso apprendimento e cambiamento. Se tale fatto viene compreso e la misurazione viene realizzata consapevolmente, può essere utilizzato per incentivare comportamenti convergenti e di sostegno (ad es. un utente del servizio che comprende meglio come utilizzarlo e quali sono i vantaggi che ne trarrà ne migliorerà l’efficacia).

Secondo errore. Incentivi perversi
La tendenza naturale ad associare la misurazione alla definizione di obiettivi, e a spingere quindi diverse parti a conseguirli, fa fortemente temere che tali parti possano essere più inclini a raggiungere l’obiettivo, a prescindere dalla realizzazione del risultato atteso. La situazione diviene particolarmente preoccupante se vi è il rischio che 
gli obiettivi misurati spingano l’impresa sociale a selezionare delle schiere di beneficiari a cui è più facile erogare dei servizi, raggiungendo quindi obiettivi ma realizzando risultati più scadenti (tale processo viene definito «scrematura» o «scelta selettiva»). La misurazione non dovrebbe indurre l’IS a selezionare un obiettivo per garantire che gli indicatori siano soddisfatti invece di realizzare l’impatto sociale come previsto.

Terzo errore. Manipolazione o «scommessa».
Per ogni misurazione ci sarà sempre chi cercherà di manipolare il sistema affinché gli obiettivi mostrati appaiano come raggiunti. Questo rischio è sempre presente e l’unico sistema errato è quello che ignora tale rischio e non prende alcuna misura per ostacolare o controbilanciare questo problema. Le 
misure adottate devono essere specifiche per l’IS e per il progetto in questione.

Quarto errore. Esito considerati come risultati o impatti.
Mentre un organismo che fornisce un servizio può essere concentrato sulla realizzazione di esito, questi non costituiscono un obiettivo di per sé, ma un modo per raggiungerlo. Sebbene possano essere utilizzati come sostituti dei risultati, possono far deviare l’attenzione dai risultati stessi.

(segue nel prossimo articolo)

Impatto sociale. Le caratteristiche di una misurazione efficace

Continuiamo il nostro percorso di guida per la misurazione dell’Impatto sociale, affrontando oggi il tema delle caratteristiche di una misurazione efficace

Affinché la misurazione sia efficace essa deve essere:

  1. pertinente: relativa a, e derivante dai risultati che sta misurando;
  2. utile: nel soddisfare le esigenze dei soggetti interessati, sia interni che esterni;
  3. semplice: per come la misurazione viene condotta e presentata;
  4. naturale: derivante dal normale flusso di attività in direzione del risultato;
  5. certa: per come la misurazione è ottenuta e per come è presentata;
  6. compresa e accettata: da tutte le parti interessate coinvolte;
  7. trasparente e bene enunciata: in modo tale che il metodo con cui la misurazione viene condotta e il modo in cui essa si riferisce ai servizi e risultati interessati siano chiari;
  8. basata su delle prove: in modo che possa essere verificata, convalidata e sia da base per un continuo miglioramento.

I principi dello SROI possono, in taluni casi, anche offrire un insieme di principi base utili per la misurazione dell’impatto sociale rispetto ad altri indicatori. Essi sono (con l’interpretazione del gruppo fra parentesi):

  • Coinvolgere i soggetti interessati;
  • Comprendere che cosa cambia;
  • Valutare le cose che contano (per i soggetti interessati);
  • Includere solamente quello che è essenziale (questo costituisce una differenza rispetto al parere dei soggetti interessati);
  • Non chiedere troppo;
  • Essere trasparenti (spiegare chiaramente come si è giunti alla risposta, rivelando anche incertezze riguardanti le prove o supposizioni).
  • Verificare i risultati (sulla base di principi di ricerca validi).

Inoltre, per delineare un quadro completo e utile dell’impatto di un‘IS, è essenziale che la misurazione prenda in esame e quantifichi: 

  • l’impatto sociale sulle comunità e sugli individui;
  • l’impatto sociale a lungo termine piuttosto che solamente quello a breve termine;
  • il campo di applicazione o la portata dell’impatto sociale in termini di copertura geografica e la sua profondità, l’intensità o la portata dell’impatto in una zona ristretta, in particolare in termini di copertura di gruppi di popolazione specifici (ad es, svantaggiati, vulnerabili, a rischio);
  • l’impatto sociale diretto separatamente da quello indiretto, specificando chiaramente come si manifesta quello indiretto.

Questi aspetti chiave dell’impatto sociale rendono necessario misurare non solo l’impatto sociale dell’intervento ma anche alcuni aspetti della stessa IS che svolgono un ruolo fondamentale nel renderli tangibili. Essi sono:

A.la misura in cui l’impatto sociale si inscrive nella ragione sociale dell’IS così come indicato nei suoi statuti (che possono, a loro volta, essere definiti o meno dalla legislazione in vigore);

B. la misura in cui l’IS include nella sua governance i vari soggetti interessati coinvolti (fornitori, utenti, rappresentanti di comunità locali, associazioni ecc.): 

a.poiché il coinvolgimento dei soggetti interessati è quello che consentirà di ridefinire regolarmente le esigenze della comunità e quindi riaggiustare regolarmente gli esito dell’IS in funzione di tali esigenze, ma, di conseguenza, anche di riformulare regolar­mente l’impatto sociale desiderato;

b.poiché questo è ciò che fornisce pieno potenziale alla componente cognitiva (costru­zione delle capacità) del processo di misurazione dell’impatto sociale;

c.poiché genera una dinamica di inclusione che accresce sostanzialmente le possibilità che l’impatto sociale sia conosciuto, analizzato e misurato con accuratezza;

C.la misura in cui l’IS è parte di una rete orizzontale più ampia di relazioni fra imprese o consorzio o gruppo di IS;

D. la salute economica dell’IS, in funzione di parametri classici delle imprese (in termini di fatturato, utili, occupazione, effetto leva (rapporto passività/capitale proprio), produttività del lavoro, diversità dei clienti ecc. 

Esempio di misurazione 

Secondo gli studi locali sull’impatto condotti dal Consiglio nazionale dell’integrazione attraverso l’attività economica (CNIAE), in partenariato con lo Stato francese e con la soci­età di consulenza AVISE, i servizi di inserimento lavorativo attraverso l’economia sociale in Aquitania, Franca Contea e Paesi della Loira hanno permesso l’inserimento di oltre il 50% di dipendenti nel mercato del lavoro e al tempo stesso di risparmiare un totale di 104 milioni di euro per la nazione. Essi hanno garantito lavoro a oltre 60 000 dipendenti e offerto oltre 12 000 posti di lavoro a tempo pieno nel corso dell’anno dello studio. Da un lato contribuiscono all’economica locale: se generano un profitto di 171 milioni di euro, reim­mettono nell’economia locale 204 milioni di euro attraverso lo stipendio dei loro dipendenti (154 milioni di euro) e gli acquisti che effettuano da aziende del territorio (50 milioni di euro). Da un altro lato, consentono allo Stato di risparmi­are: se ricevono le sovvenzioni pubbliche (80 milioni di euro) e le esenzioni (19 milioni di euro) necessarie, sono anche contribuenti (45 milioni di euro). Inoltre, essi producono un risparmio diretto per i dispositivi sociali e medico-sociali: se prendiamo come riferimento i 18 300 euro che vengono normalmente anticipati per i disoccupati come costo per la società, tali servizi risultano quindi come contribuenti netti alla ricchezza nazionale.

Le 5 fasi della Teoria del Cambiamento

Le 5 Fasi della Teoria del Cambiamento o «catena del valore dell’impatto o «modello logico». Costituiscono la base della misurazione dell’impatto.  Un’impresa sociale, o uno dei suoi progetti, dispone di una riserva di risorse, denominate input. Questi possono essere finanziari, intellettuali, umani, strumentali o altro.

Attraverso tali input, essa svolge le proprie attività. Sviluppate sulla base di un modello finanziario equilibrato e dotato di fondi adeguati, queste attività si preoccupano innanzitutto di creare miglioramenti – cambiamenti – nella vita dei beneficiari.

Le attività presentano punti di contatto con i beneficiari, detti esito. Si può trattare, ad esempio, della presenza dell’utente del servizio a un corso o a un programma, la fornitura di un prodotto che il beneficiario utilizzerà in futuro, la creazione di un’interazione sociale – una comunità – per sostenerli o di un processo che interessa la vita del suo beneficiario, nonché un protocollo medico combinato alla fisioterapia o altre terapie per permettere un recupero completo. In ciascun caso l’esito è il mezzo che consente di ottenere un risultato o un impatto e non il risultato stesso.

Attraverso le attività e gli “esito” si ottiene il cambiamento nella vita dei beneficiari (sia gli utenti diretti del servizio che altri soggetti interessati, quali le famiglie, comunità, dipendenti, lo Stato ed altri fornitori di servizi). Questi cambiamenti sono i risultati di questo processo e sono definiti come la differenza tra la situazione che si sarebbe verificata senza la presenza del servizio o del prodotto interessato e la situazione che invece si è verificata grazie alla  sua presenza. Tali risultati possono essere a breve o a lungo termine, in funzione del bisogno soddisfatto e del servizio o prodotto fornito. Di norma i risultati sono descritti come primari (una conseguenza ragionevolmente diretta del servizio o del prodotto nella vita dell’utente del servizio) o secondari (un effetto indiretto nella vita dell’utente del servizio – «.e così sono stati in grado di… » – o nella vita di altre persone).

I risultati possono essere quindi valutati in termini di impatto sulla vita di tale persona o del valore ottenuto per un determinato soggetto interessato (persona) in ragione del servizio o prodotto fornito. Questo esclude il guadagno apportato dall’intervento di altri e tiene conto sia degli effetti positivi che di quelli negativi (questi ultimi sono noti come dislocazione) nonché di attribuzione: in quale misura l’impresa sociale è responsabile del risultato, in contrap­posizione con il risultato ottenuto per l’intervento di altri; effetto inerziale: risultato che si sarebbe prodotto comunque, a prescindere dall’intervento; esaurimento: la tendenza degli effetti di un intervento in un particolare momento a diminuire nel tempo.

Il modello logico che collega questi cinque elementi è noto come teoria del cambiamento ed è fondamentale. Tale modello mostra e spiega il nesso causale tra le attività intraprese e i risultati e l’impatto attesi. Il ragionamento sottostante deve essere compreso e spiegato in ogni circostanza. Deve essere sempre suffragato da elementi di prova proporzionati che spiegano i motivi per cui si suppone che tali risultati derivino da tale attività.

Occorre notare che alcuni operatori del settore confondono e non distinguono fra i risultati e l’impatto. Attribuiscono delle caratteristiche diverse (attribuzione alternativa) e altri ma non definiscono i risultati e l’impatto come due elementi diversi. Un’altra confusione terminologica risiede nella tendenza di alcuni a identificare gli esiti, chiamandoli poi «risultati». Tale confusione è indubbiamente più diffusa tra i finanziatori del settore pubblico.

Le cinque fasi che costituiscono la teoria del cambiamento possono essere definite e illustrate nelle tabella seguente