Sostenibilità. Non solo “green”

Si continua a parlare di green economy, green new dealrispetto dell’ambiente come se fossero gli unici ed esclusivi temi della sostenibilità o responsabilità sociale dimenticando che l’impatto ambientale o l’approccio green è solo uno dei 17 “Goals” degli Sdg’s.

In queste ultime settimane il tema della sostenibilità ambientale è al centro dell’attenzione. Dal viaggio di Greta Thunberg, e relativo discorso all’ONU, alle dichiarazioni allarmanti di Bolsonaro, conseguenti ai roghi in Amazzonia (la cui causa non risulta ancora chiara) alle dichiarazioni del nostro Capo del Governo in tema di benefici (genericamente definiti) alla sostenibilità, e in ultimo all’allarme scioglimento ghiacciai (ultimo quello del Monte Bianco) a causa dell’innalzamento delle temperature medie e della progressiva tropicalizzazione delle zone temperate.

Il tema ambientale è certamente importante e centrale ai fini della sostenibilità, ma la sensazione (non solo) è quella che si tende a confonderla se non identificarla in via univoca con il concetto di impresa ed economia sostenibile, a discapito delle imprese che adottano politiche di vera e complessiva sostenibilità e a discapito di quelle che per vocazione e obbligo nascono sostenibili (imprese benefit e imprese sociali).

E’ opportuno sottolineare che il tema della sostenibilità ambientale rappresenta solo uno dei 17 goals della responsabilità e della sostenibilità d’impresa, e che, un’impresa che rispetti il tema del green non è detto che sia totalmente sostenibile e/o responsabile.

Ci rendiamo conto che l’affermazione può risultare strana o contraddittoria, per questo rendiamo un esempio pratico.

Da poco si è conclusa l’edizione “settembrina” della settimana della moda di Milano, e, ovviamente, il focus è stato quello della sostenibilità, soprattutto in tema di materiali e fibre e/o processi produttivi.

Ma la sostenibilità delle materie prime e dei processi produttivi non fa (da sola) di una impresa della moda una impresa sostenibile.  E lo dimostriamo.

Se l’azienda adotta  processi produttivi a bassa emissione, utilizza fibre naturali e/o riciclate, certo rispetta uno (o la massimo 2) dei 17 Goals degli Sdg’s. 

Se la stessa azienda esternalizza una parte del processo  ad esempio in Thailandia alle condizioni che conosciamo, non si può certo dire che sia responsabile e/o sostenibile (ovviamente senza alcun riferimento particolare). Allo stesso modo se l’azienda non rispetta la parità di genere, o non adotta politiche di welfare o politiche retributive “benefit”, e (ancora in tema di sostenibilità ambientale) non adotta politiche di gestione totale (e non solo della parte produttiva) volte alla riduzione delle emissioni (uso di fonti energetiche; mobilità; scelte di logistica; ecc.), o al risparmio e rispetto delle risorse naturali (processi di digitalizzazione e dematerializzazione volti alla riduzione del consumo di carta, toner, ecc.) non può certo definirsi sostenibile o responsabile.

Con questo vogliamo ancora una volta mettere l’accento e fissare il punto sulla questione di una visione strutturale di sostegno alle imprese sostenibili.

Per essere più chiari. 

Il decreto green che sta per essere varato sembra fortemente se non esclusivamente sbilanciato sugli incentivi al “green” piuttosto che alla sostenibilità in senso proprio.

Continuiamo a ribadire con forza che un vero e radicale impulso all’economia sostenibile (soprattutto in tema di approccio manageriale e gestionale) deve incentivare, premiare e supportare (nelle forme che abbiamo già più volte ribadito) le imprese realmente sostenibili e responsabili.

Certo non diciamo di estendere l’obbligo della rendicontazione sociale, del bilancio sociale e del bilancio di sostenibilità a tutte le imprese, ma almeno di innescare processi premianti attraverso misure di sistema che spingano (per opportunità di mercato o per reale coscienza benefit) tutte le imprese verso una nuova visione del business in linea con la nuova dichiarazione della Business Roundtable.

Del resto esistono già alcuni check point vagamente riconducibili al tema della sostenibilità e responsabilità, come del codice degli appalti o come la valutazione di impatto ambientale, le richieste di DURC, il rating di legalità. Ora si tratta di far evolvere il concetto in ottica  obiettivo 2030

Il nuovo illuminismo del business

Il nuovo illuminismo del business: l’azionista non viene prima di tutto, lo dicono le multinazionali Usa. La nuova dichiarazione della Business Roundtable, al centro comunità, dipendenti e clienti

Creare valore per i clienti, investire nei dipendenti, trattare in modo equo ed etico i fornitori, supportare la comunità, generare valore a lungo termine. A prendere questi impegni, in una dichiarazione pubblicata il 20 Agosto scorso,  sono le multinazionali Usa che aderiscono alla Business Roundtable. Una dichiarazione rivoluzionaria perché per la prima volta sposta l’attenzione dall’azionista, che è sempre stato centrale nella visione aziendale, alla comunità, i lavoratori, gli stakeholder. La dichiarazione è stata firmata da 181 amministratori delegati che si impegnano a guidare le proprie aziende a beneficio di tutte le parti interessate, non più solo gli azionisti il cui primato era stato sempre ribadito in ogni versione precedente del documento, dal 1997. Oggi, invece, si delinea una diversa visione aziendale che pone al centro il concetto di responsabilità.

I datori di lavoro stanno investendo nei lavoratori e nelle comunità perché sanno che questo è l’unico modo per avere successo a lungo termine”, dichiara Jamie Dimon, presidente e Ceo di JPMorgan Chase & Co. e presidente della Business Roundtable, parlando di “principi moderni” che “riflettono l’impegno incrollabile della comunità aziendale a sostegno di un’economia al servizio di tutti gli americani”.

La nuova dichiarazione, per Alex Gorsky, presidente del consiglio di amministrazione e amministratore delegato di Johnson & Johnson, “riflette il modo in cui le aziende possono e devono operare oggi. Afferma il ruolo essenziale che le imprese possono svolgere nel migliorare la nostra società se i Ceo si impegnano veramente a soddisfare le esigenze di tutte le parti interessate”.

Gli americani, si legge nella dichiarazione, “meritano un’economia che consenta a ogni persona di avere successo attraverso il lavoro e la creatività e di condurre una vita dignitosa. Riteniamo che il sistema del libero mercato sia il mezzo migliore per generare buoni posti di lavoro, un’economia forte e sostenibile, innovazione, un ambiente sano e opportunità economiche per tutti”.

Per questo, i Ceo firmatari si impegnano a: “investire nei nostri dipendenti” compensandoli equamente, puntando sulla formazione e promuovendo “la diversità e l’inclusione, la dignità e il rispetto”; “trattare in modo equo ed etico con i nostri fornitori“; “supportare le comunità in cui lavoriamo“, proteggendo l’ambiente e adottando pratiche sostenibili; “generare valore a lungo termine per gli azionisti, che forniscono il capitale che consente alle aziende di investire, crescere e innovare” sostenendo anche l’impegno nella trasparenza.

“Ciascuno dei nostri stakeholder è essenziale. Ci impegniamo a fornire valore a tutti loro, per il futuro successo delle nostre aziende, delle nostre comunità e del nostro Paese”, conclude la dichiarazione.

Approvate le linee guida per la redazione del bilancio sociale

La riforma del Terzo settore compie un ulteriore passo avanti con l’approvazione del Decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali “Adozione delle Linee guida per la redazione del bilancio sociale degli enti del Terzo settore”. Il documento è stato, come prevede il Codice del Terzo settore, esaminato nel Consiglio Nazionale del Terzo settore, approvato il 4 luglio 2019 e ora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 9 agosto 2019.

Il Bilancio sociale – “strumento di rendicontazione delle responsabilità, dei comportamenti e dei risultati sociali, ambientali ed economici delle attività svolte” – è uno degli elementi che assicura la trasparenza degli Enti di Terzo settore e, come richiamato le linee guida, presenta una doppia valenza, essendo rilevante sia per le informazioni in esso contenute, sia per il processo di coinvolgimento degli stakeholder interni ed esterni che viene attivato per redigerlo.

Di seguito sono riassunti i principali punti del provvedimento.

Chi è tenuto a redigerlo

Sono tenuti a redigere un bilancio sociale:

  • tutte le imprese sociali, ivi comprese le cooperative sociali e i loro consorzi, indipendentemente dalla dimensione economica. I gruppi di imprese sociali sono tenuti a redigerlo in forma consolidata, cioè evidenziando gli esiti sociali non solo di ciascun singolo ente, ma anche del gruppo nel suo complesso;
  • gli altri enti di Terzo settore, qualora abbiano ricavi o entrate superiori ad un milione di euro annuo;
  • i Centri di Servizio per il Volontariato, indipendentemente dalla loro dimensione economica.

Dal momento che il bilancio sociale rappresenta anche un modo per dare pubblicità al valore dell’operato dell’Ente, nulla vieta che anche chi non è tenuto per legge provveda a realizzarlo e pubblicarlo, in questo caso senza però essere tenuto ad osservare tutte le prescrizioni inserite nelle linee guida (salvo il fatto di non poterlo indicare come “Bilancio sociale predisposto ai sensi dell’art. 14 del d.lgs. 117/2017 laddove esso segua modalità di redazione diverse).

Come viene reso pubblico

Il bilancio sociale è concepito come documento pubblico rivolto a tutti gli stakeholder (da quelli interni come i lavoratori o i volontari, ai donatori, le istituzioni, i destinatari dei servizi, i cittadini del territorio in cui l’Ente opera, ecc.) che in tale documento devono trovare informazioni utili a valutare in che misura l’organizzazione considera e persegue gli obiettivi che ciascuno di essi ha a cuore. Per questo motivo sono previste modalità di pubblicità molto ampie: il bilancio sociale deve essere pubblicato sul sito internet istituzionale dell’ente e depositato entro il 30 giugno dell’anno successivo presso il Registro Unico del Terzo settore o, nel caso delle imprese sociali, presso il Registro delle imprese. Per le imprese sociali la data di deposito potrebbe essere successiva al 30 giugno in presenza di norme relative a specifiche forme giuridiche che prevedessero scadenze diverse per il deposito dei bilanci di esercizio; in tal caso è consentito il deposito contestuale entro tale data anche del bilancio sociale.

I principi di redazione del Bilancio sociale

I principi di redazione del Bilancio sociale richiamati dalle Linee guida sono:

  • completezza: vanno identificati tutti i principali stakeholder e quindi inserite le informazioni rilevanti di interesse di ciascuno;
  • rilevanza: inserire senza omissioni tutte le informazioni utili ad una valutazione da parte degli stakeholder;
  • trasparenza: vanno chiariti i criteri utilizzati per rilevare e classificare le informazioni;
  • neutralità: le informazioni vanno rappresentate in modo imparziale, documentando quindi aspetti positivi e negativi;
  • competenza di periodo: vanno documentati attività e risultati dell’anno di riferimento;
  • comparabilità: vanno inseriti per quanto possibile dati che consentano il confronto temporale (come un certo dato varia nel tempo) e spaziale (confrontando il dato con quello di altri territori / Enti)
  • chiarezza: necessario un linguaggio accessibile anche a lettori privi di specifica competenza tecnica;
  • veridicità e verificabilità: va fatto riferimento alle fonti utilizzate;
  • attendibilità: bisogna evitare sovrastime o sottostime e non presentare dati incerti come se fossero certi;
  • autonomia: laddove sia richiesto a soggetti terzi di collaborare alla redazione del bilancio, ad essi va garantita autonomia e indipendenza nell’esprimere giudizi.

Struttura e contenuti

Le Linee guida individuano i contenuti minimi che ciascun bilancio sociale dovrà contenere, definendo così la struttura dei capitoli che lo compongono; rimandando al testo delle Linee guida per i dettagli, in sintesi un Bilancio sociale deve indicare:

  • metodologia adottata: criteri di redazione del Bilancio (vedi sopra circa “principi di redazione”) e eventuale modifica dei criteri rispetto agli anni precedenti;
  • informazioni generali sull’Ente: anagrafica, area territoriale e ambito di attività, mission, relazione con altri enti e informazioni sul contesto di riferimento;
  • governance: dati su base sociale e organismi diretti e di controllo, aspetti relativi alla democraticità interna e alla partecipazione, identificazione degli stakeholder; alle imprese sociali diverse dagli enti religiosi e dalle cooperative a mutualità prevalente, è richiesto inoltre di descrivere le modalità di coinvolgimento dei lavoratori e degli utenti; le cooperative a mutualità prevalente (e quindi tutte le cooperative sociali) assolvono già di per sé questo obbligo attraverso i meccanismi di coinvolgimento tipici della forma cooperativa;
  • persone: consistenza e dati di dettaglio su lavoratori e volontari, contratti di lavoro adottati, attività svolte, struttura dei compensi (tra cui i dati sui differenziali retributivi, documentando che la retribuzione più alta non è maggiore di più di otto volte rispetto alla più bassa) e modalità di rimborso ai volontari. In particolare, sono previste forme di pubblicità specifica per i compensi a amministratori e dirigenti.
  • attività: informazioni quantitative e qualitative sulle attività realizzate, sui destinatari diretti e indiretti e per quanto possibile sugli effetti, indicando il raggiungimento o meno degli obiettivi programmati e i fattori che ne hanno facilitato o reso difficile il conseguimento. Vanno indicati fattori che rischiano di compromettere le finalità dell’Ente e le azioni messe in atto per contrastare tale evenienza. Gli enti filantropici devono indicare l’elenco dei beneficiari delle loro erogazioni con relativi importi;
  • situazione economica e finanziaria: provenienza delle risorse separata per fonte pubblica e privata, informazioni sulle attività di raccolta fondi, eventuali criticità gestionali e azioni intraprese per mitigarle;
  • altre informazioni: contenziosi, impatto ambientale (se pertinente), informazioni su parità di genere, rispetto diritti umani, prevenzione della corruzione.

 

 

Il ruolo dell’Organo di controllo interno

L’organo di controllo interno è chiamato a monitorare taluni aspetti della vita sociale degli Enti di Terzo settore, con alcune specificità che riguardano le imprese sociali; il bilancio sociale delle imprese sociali dovrà pertanto tra le altre cose includere la relazione in cui viene riportato l’esito di tale monitoraggio, che in specifico riguarda i seguenti aspetti:

  • il fatto che l’Ente svolga in via prevalente attività di interesse generale;
  • correttezza e rispetto delle norme nelle raccolte fondi;
  • assenza dello scopo di lucro, rispettando le norme in termini di destinazione anche indiretta degli utili;
  • per le imprese sociali, l’attestazione che l’ente non è controllato da imprese private o pubbliche amministrazioni;
  • per le imprese sociali, presenza di forme di coinvolgimento dei lavoratori e degli utenti;
  • per le imprese sociali, adeguatezza del trattamento dei lavoratori e rispetto del già citato parametro di 1 a 8 relativamente alle differenze retributive; corretto utilizzo dei volontari.

Il Bilancio sociale nella riforma del Terzo settore

Al di là degli aspetti tecnici, vale la pena richiamare brevemente alcune considerazioni circa la collocazione, per nulla marginale, del bilancio sociale nell’ambito della Riforma del Terzo settore.

La Riforma è pensata per evitare una definizione del terzo settore basata meramente su dichiarazioni di principio, cercando, per quanto possibile, di assicurare che le caratteristiche pro sociali di queste organizzazioni siano effettivamente verificabili (dall’autorità pubblica, in sede di iscrizione e mantenimento al Registro Unico del Terzo Settore, ma anche da parte degli stakeholder); insomma, non si è Enti di Terzo settore solo perché il proprio statuto dichiara l’intenzione di agire a favore della comunità, ma perché si mettono effettivamente in atto azioni di interesse generale. E ciò deve emergere grazie alla trasparenza con cui gli Enti rendono conoscibile il proprio operato, oltre che da funzioni di controllo e ispettive. Lungi dall’essere un fatto meramente tecnico, quindi, l’approvazione di queste linee guida rappresenta un tassello fondamentale di questo sforzo di trasparenza, rafforzando in primo luogo le imprese sociali e gli Enti di Terzo settore di maggiori dimensioni tenuti alla redazione del bilancio, ma anche di tutti gli altri enti che, pur non essendo obbligati, riterranno di volerlo comunque redigere.

Ovviamente tutto ciò assume un senso più profondo nella misura in cui l’approvazione delle linee guida sarà accompagnata da percorsi di sensibilizzazione culturale e di formazione che favoriscano una maturazione degli Enti di Terzo settore tale da far percepire la redazione del bilancio sociale non solo come una formalità cui adempiere, ma come opportunità di riaffermare il proprio ruolo sociale e di avviare percorsi di coinvolgimento dei propri stakeholder tesi al miglioramento del proprio operato.

La Banca d’Italia spinge verso la sostenibilità

Il settore finanziario ha un ruolo chiave nell’influenzare la portata e la velocità della transizione verso la sostenibilità economica e ambientale. Dalla stessa Banca Centrale, arriva, infatti, la spinta al sistema.

La Banca d’Italia, annuncia il Governatore Ignazio Visco, prendendo la parola all’inaugurazione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, ha adottato «una nuova strategia per il significativo miglioramento dell’impatto ambientale dei suoi investimenti”.

L’obiettivo primario, tra gli altri, è quello di mettere a disposizione di tutti gli operatori un modello di riferimento. Per ora, la via prescelta da Banca d’Italia è quella di acquistare azioni di imprese che rispettino le migliori prassi.

Quali sono i criteri? «La metodologia utilizzata in precedenza – spiega Visco – è stata integrata con due tipologie di valutazioni».

 

La prima esclude gli investimenti in titoli emessi da società che operano prevalentemente in settori non conformi al Global Compact delle Nazioni Unite.

Il Global Compact delle Nazioni Unite, è un patto non vincolante, che stabilisce i principi che le imprese dovrebbero seguire nelle aree dei diritti umani, del lavoro, della sostenibilità ambientale e nella prevenzione della corruzione. Questo accordo traduce l’idea della condivisione delle responsabilità in misure pratiche e concrete, per garantire che i tutte queste aree non siano tenute in ostaggio dai capricci della politica.

La seconda, invece, privilegia i titoli di quelle società che mostrano le valutazioni migliori sotto il “profilo Esg”.
L’acronimo di Esg è composto da tre parole enviromental, social and governance. Le quali a loro volta racchiudono tre distinti universi di sensibilità sociale.

l primo è quello dell’ambiente, che comprende rischi quali i cambiamenti climatici, le emissioni di CO2 (biossido di carbonio), l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, gli sprechi e la deforestazione. Il secondo include le politiche di genere, i diritti umani, gli standard lavorativi e i rapporti con la comunità civile. Il terzo universo, invece, è relativo alle pratiche di governo societarie, comprese le politiche di retribuzione dei manager,  la composizione del consiglio di amministrazione, le procedure di controllo, i comportamenti dei vertici e dell’azienda in termini di rispetto delle leggi e della deontologia.

L’investimento sostenibile, dunque, può essere definito come un approccio di lungo termine che include i fattori ESG nelle decisioni di allocazione del proprio patrimonio, sia esso quello personale del piccolo o grande risparmiatore o quello di un fondo comune.

 

Oggi alcune società e istituzioni finanziarie (poche in Italia rispetto ad altri Paesi) contribuiscono a innalzare il grado di consapevolezza e di conoscenza dei rischi legati ai fattori di sostenibilità. Riescono a comunicare agli altri come i fattori di sostenibilità possano incidere sulla loro attività, sia  nel loro interesse, migliorare la loro performance che nell’interesse delle generazioni future.
«Nel nostro Paese – conclude il Governatore – l’interesse espresso dai risparmiatori per la finanza sostenibile è significativo, ma l’offerta di prodotti non è ancora sufficiente a soddisfare la domanda: vi è spazio per nuovi progetti da finanziare, servono strumenti adeguati sui quali investire ed è fondamentale la capacità delle imprese di fornire le informazioni necessarie sulla sostenibilità delle proprie attività». 

Quest’ultimo passaggio avviene attraverso la predisposizone della Rendicontazione non finanziaria (conosciuta anche come Bilancio Socialeobbligatorio per diversi soggetti come stabilito dal D. Lgs n. 30 del dicembre 2016.

Stakeholder engagement

 I GRI Standards definiscono gli stakeholder come quelle entità o individui che possono avere un impatto significativo sulle attività, prodotti e servizi di un’organizzazione e le cui azioni possono incidere sulla capacità dell’organizzazione stessa di implementare con successo le proprie strategie e raggiungere gli obiettivi.

 Lo stakeholder è quel gruppo o quella persona che ha un interesse/impatto verso le attività dell’azienda e verso cui l’azienda stessa ha un interesse. È, inoltre, quell’attore con cui viene costruita una solida relazione continuativa. Gli stakeholder possono essere divisi in primari e secondari in base al grado di influenza (diretta o indiretta nei processi decisionali dell’azienda) e dipendenza (diretta o indiretta dalle attività, dai prodotti/servizi o dalle performance dell’impresa) reciproca tra azienda e stakeholder. Gli stakeholder primari sono identificati come quelli che hanno un’influenza diretta sull’impresa, sono inseriti all’interno della catena del valore, permettono il raggiungimento degli obiettivi aziendali e la cui valutazione positiva o negativa nei confronti di un’impresa contribuisce a costituirne la reputazione. Gli stakeholder secondari sono quegli stakeholder, che pur essendo importanti  hanno un minore impatto sulla catena del valore dell’impresa.

 Una adeguata comprensione dei propri stakeholder si traduce in un ambiente operativo più facile e più ricettivo, in cui le prestazioni migliorano.

Engagement

Lo stakeholder engagement è lo strumento che può contribuire tanto al miglioramento strategico quanto a quello operativo. Il coinvolgimento in questa fase può essere una fonte di innovazione e nuove collaborazioni, delineandosi come una risorsa. Come per la maggior parte degli Standard, un cambiamento nel livello e nell’approccio al coinvolgimento degli stakeholder si verifica nel tempo all’interno di un’organizzazione, pertanto, lo stakeholder engagement non è uno strumento fine a sé stesso, deve avere un obiettivo specifico in modo da diventare strategico a 360 gradi. Uno stakeholder engagement completamente integrato nella governance e nella strategia organizzativa coinvolge costantemente le funzioni aziendali, permettendo di individuare e portare a sintesi le priorità di intervento e le aree di maggiore interesse in termini di impatti economici, ambientali e sociali dell’organizzazione, ottenendo inoltre input utili per la lettura e la gestione di tali priorità, rafforzando e legittimando l’integrazione della sostenibilità nel business. Declinato in questa modalità lo stakeholder engagement non è solo uno strumento di ascolto ma permette anche di lavorare insieme attraverso processi di open innovation.

Le fasi del processo

Conosci i tuoi stakeholder e i temi per te più significativi?

 La prima fase identificata dallo Standard riguarda la mappatura di temi e stakeholder. La mappatura di stakeholder e dei temi possono essere trattate come due fasi distinte, ma rappresentano nel processo di stakeholder engagement di riferimento due azioni della medesima prima fase “Plan”.

La mappatura degli stakeholder. Al fine di progettare processi di coinvolgimento degli stakeholder che siano efficaci, è necessario avere una chiara comprensione di chi sono gli stakeholder rilevanti e di come e perché dovrebbero essere coinvolti dall’organizzazione. Le organizzazioni dovrebbero pertanto definire e mappare gli stakeholder più significativi per raggiungere il proprio scopo. Stabilire criteri chiari per la mappatura stakeholder consente alle organizzazioni di evitare che il coinvolgimento venga guidato da considerazioni non strategiche. Per identificare quelli che sono gli stakeholder prioritari della propria organizzazione, può essere utile porsi cinque domande.

Ha lo stakeholder un impatto fondamentale sulla tua organizzazione?

Puoi chiaramente identificare che contributo ti aspetti dallo stakeholder?

La relazione con il tuo stakeholder è dinamica? Vuoi che cresca e migliori?

Puoi esistere senza lo stakeholder? Puoi facilmente rimpiazzarlo?

Lo stakeholder è già stato identificato attraverso un’altra relazione?

Festival Sviluppo Sostenibile

“Si è chiuso il 31 marzo a Firenze il Festival dell’Economia Civile, al termine del quale i promotori chiedono al Premier Giuseppe Conte ed al Ministro dell’Economia Giovanni Tria, presenti agli incontri, di porre lo sviluppo sostenibile al centro delle decisioni economiche del Governo”.

Favorire lo sviluppo della finanza sostenibile non è un’utopia, ma un percorso già oggi condiviso dalle più evolute banche del Mondo, favorendo investimenti che favoriscano l’inclusione sociale (per esempio tramite le imprese sociali), il rispetto dell’ambiente, il finanziamento l’economia reale.

Nelle aziende più moderne la retribuzione dei manager comincia ad essere collegata anche ai progressi fatti in tema di sostenibilità, ponendo come traguardo il triplo obiettivo valore economico/ambiente/dignità della persona.

Le ricerche dimostrano che i millennials sono maggiormente disponibili a lavorare per aziende sostenibili rispetto a quelle “tradizionali”, anche con retribuzioni più basse.

Sono tutti elementi che dimostrano che la strada è ormai tracciata.

L’Italia è in prima linea su questi temi; siamo la Nazione che ricicla di più al mondo e siamo leader mondiali in tema di circolarità dell’economia (la scarsità delle risorse ha storicamente indotto gli italiani a riciclare e ad utilizzare le materie prime-seconde).

Queste caratteristiche virtuose del nostro sistema produttivo non vanno sprecate, soprattutto considerando che l’economia mondiale ha già imboccato questa strada e senza dimenticare che i recenti dati economici dimostrano – qualora ce ne fosse bisogno – che l’Italia si trova in una situazione di stagnazione economica.

La richiesta al Governo non può che essere quella di favorire la transizione dall’economia volta al profitto a quella volta allo sviluppo sostenibile, introducendo anche agevolazioni economico/finanziarie e benefici fiscali per incoraggiare i comportamenti sostenibili delle nostre imprese.

Un nuovo grande evento si svolgerà dal 21 maggio al 6 giugno 2019; 17 giorni, tanti quanti gli obiettivi di sviluppo sostenibile individuato il 25 settembre 2015 dall’agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Si tratta della terza edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, organizzato da ASVIS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) con lo scopo di “sensibilizzare e mobilitare i cittadini , giovani generazioni, imprese, associazione e istituzioni sui temi della sostenibilità economica, sociale e ambientale, diffondere la cultura della sostenibilità e realizzare un cambiamento culturale e politico che consenta all’Italia di attuare l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e centrare i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile.” (tratto dalla locandina del festival).

Il calendario è ancora in programmazione e sarà consultabile sul sito dedicato al festival http://festivalsvilupposostenibile.it/2019 ; l’evento di apertura si terrà all’Auditorium di Roma il 21 maggio, e vedrà la partecipazione dei rappresentanti delle istituzioni europee.

L’obbligo del bilancio sociale

Tra le nuove regole del decreto legislativo 112/2017 che si applicano alle cooperative sociali c’è sicuramente l’obbligo di redazione del bilancio sociale, da depositare presso il Registro delle imprese e pubblicare sul sito internet dell’ente. L’adempimento non è nuovo alla categoria, in quanto già alcune Regioni lo richiedevano per l’iscrizione nei rispettivi albi, ma con la riforma diviene obbligatorio per tutte le coop sociali in quanto imprese sociali.

Le linee guida per la sua predisposizione sono state approvate nelle scorse settimane dalla Cabina di regia e saranno presto pubblicate in Gazzetta ufficiale, per cui ragionevolmente il nuovo obbligo dovrebbe essere operativo per tutti già dal prossimo anno, in relazione all’esercizio 2019 (a meno di diversa indicazione nel decreto). Fino ad ora, infatti, solo le coop sociali che vi erano tenute in base alla normativa regionale hanno dovuto adempiere, utilizzando le vecchie linee guida, mentre le altre sono state esonerate in attesa delle apposite indicazioni.

La funzione del documento è quella di offrire una panoramica completa sui risultati sociali, ambientali ed economici raggiunti dall’ente, fornendo informazioni ulteriori rispetto a quelle che possono desumersi dai semplici dati economico-finanziari o dalla relazione di missione (che illustra le poste di bilancio con uno sguardo alla mission dell’ente). Uno strumento particolarmente importante, soprattutto in termini di reputazione, in quanto consente ai potenziali investitori/sostenitori di valutare l’operato dell’ente e fare scelte consapevoli ad esempio sul soggetto a cui destinare un’erogazione o al progetto da finanziare.

Anche per questo motivo, i criteri di redazione sono uniformi per tutti gli enti del Terzo settore (anche diversi dalle imprese sociali e cooperative sociali), in modo che il documento sia facilmente intelligibile per gli stakeholders interessati (associati, lavoratori, pubbliche amministrazioni, terzi). Il bilancio è diviso in sezioni e sottosezioni, a cui corrispondono alcune informazioni minime, la cui eventuale omissione deve essere motivata. Nella prima parte va indicata la metodologia adottata per la redazione, specificando gli eventuali standard di rendicontazione utilizzati e se si sono verificati cambiamenti rispetto al periodo precedente. Si passa poi alle informazioni generali sulla struttura dell’ente, la governance, il personale impiegato, fino ad arrivare alle attività svolte e agli obiettivi raggiunti o in corso di realizzazione. In questa parte sarà importante dar conto dei benefici qualitativi e quantitativi prodotti sui principali portatori di interessi, delle risorse economiche impiegate e degli eventuali fattori che possono compromettere il raggiungimento dei fini istituzionali. Elementi utili per capire la portata delle singole attività svolte, anche se poi la vera e propria valutazione di impatto sociale sarà oggetto poi di un documento separato, da redigere a sua volta con apposite linee guida. Da ultimo, una sezione conclusiva riguarda le osservazioni dell’organo di controllo, che deve monitorare su alcuni aspetti specifici come l’assenza di scopo di lucro e il rispetto dei principi di verità e trasparenza nell’attività di raccolta fondi.

Bilancio di sostenibilità. Occorrono fatti

“Il passaggio epocale e culturale ad una gestione del business sostenibile e responsabile, non può e non deve ricadere totalmente e completamente sulle imprese, che già (in particolare quelle più piccole) fanno fatica tra mille oneri e balzelli”

Bilancio sociale tra obbligo ed opportunità

Negli ultimi anni, alcune innovazioni a livello legislativo hanno introdotto l’obbligo a carico di diversi soggetti di predisporre la rendicontazione non finanziaria, che a seconda dei casi assume la denominazione di bilancio sociale, relazione di impatto, dichiarazione non finanziaria ecc…

Ci si riferisce in particolare:

1. all’introduzione tra i tipi societari della Società Benefit, avvenuta nel 2016, obbligata alla redazione della Relazione di Impatto insieme al bilancio di esercizio;

2. all’istituzione delle SIAVS, Start Up Innovative a Vocazione Sociale

     3. all’obbligo di redazione della Relazione non Finanziaria a carico delle società quotate e di interesse pubblico, introdotto nell’ordinamento ad opera del Decreto Legislativo 30 dicembre 2016, n. 254;

    4. alla completa rivisitazione del terzo settore, ad opera dei DL 112/2018 e 117/2017, che introducono l’obbligo per gli enti iscritti al Registro del Terzo Settore di redazione del bilancio sociale.

Se i soggetti di cui al punto 1) e 2) hanno scelto di costituirsi come Società Benefit o come SIAVS, ed hanno pertanto consapevolmente valutato l’onere di redazione del bilancio sociale, se per i soggetti di cui al punto 3) la spesa necessaria non costituisce certamente una preoccupazione, altrettanto non si può dire per gli enti del terzo settore.

Questi ultimi, soprattutto se di piccole dimensioni, si troveranno a dover far fronte ad un onere che con tutta probabilità (sbagliando) non ritengono necessario e che al contempo toglie risorse ad attività giudicate più importanti, quali quelle istituzionali.

Non si può nascondere che un processo completo di redazione di un bilancio sociale (al di là delle indicazioni ministeriali che verranno fornite con le linee guida previste dall’articolo 14 del citato DL 112/2007) prevede il coinvolgimento dell’intera struttura dell’ente e degli stakeholders esterni, la creazione di una cultura della sostenibilità e della responsabilità sociale a tutti i livelli dell’organizzazione, anche tramite attività di coaching, la misurazione dell’impatto generato attraverso l’identificazione degli indicatori idonei a valutarlo, una analisi di materialità, la redazione del bilancio sociale e l’individuazione degli obiettivi di miglioramento ecc…

Si tratta insomma di una attività complessa che, per condurre ad un risultato completo ed affidabile, deve essere compiuta da soggetti con professionalità specifiche. 

Incetivare il processo di adozione della responsabilità d’impresa

Riteniamo che il Legislatore avrebbe fatto quindi bene ad introdurre incentivi o agevolazioni per favorire, per lo meno nei primi anni di applicazione, l’adozione del bilancio sociale da parte di questi soggetti. La logica del “bastone e della carota” avrebbe probabilmente consentito una adozione meno dolorosa dello strumento giuridico rappresentato dal bilancio sociale, favorendo al contempo la diffusione non tanto della cultura della sostenibilità, connaturata negli enti del terzo settore, quanto la consapevolezza della necessità della misurazione dell’impatto generato, quale strumento indispensabile per comprendere dove si posiziona la propria organizzazione, quale impatto essa abbia sugli stakeholders e sull’ambiente ed infine in quale direzione occorra indirizzare in futuro l’attività.

Gli incentivi potrebbero ricalcare quanto già fatto, ad esempio, per le attività di ricerca e sviluppo, concedendo quindi un credito di imposta pari alle spese sostenute per le consulenze necessarie alla redazione del bilancio sociale.

Alcune Regioni si sono già mosse in questa direzione.

Ad esempio in Lombardia esiste l’Albo Regionale Cooperative Sociali. Per iscriversi, la cooperativa deve depositare in Camera di Commercio il Bilancio Sociale, ma al contempo l’iscrizione consente di accedere ai benefici economici previsti dalla Regione, di procedere all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, di stipulare convenzioni con enti pubblici in deroga alle normali procedure per l’assegnazione di servizi.

In Friuli Venezia Giulia viene sperimentato, a favore delle PMI, un sistema per incentivare “Un approccio strategico nei confronti del tema della responsabilità sociale delle imprese … sempre più importante per la loro competitività” (il testo in corsivo è tratto dal sito della Regione) in attuazione dell’articolo 51 della Legge Regionale 9 agosto 2005, n. 18, che prevede un contributo pari all’80% delle spese sostenute, fino ad un massimo di 7.000 euro per l’adozione del bilancio sociale e di 10.000 euro per l’adozione del sistema di gestione della responsabilità sociale secondo la norma SA 8000.

Alcuni spunti e suggerimenti

 A nostro avviso sarebbe importante che analoghe iniziative venissero prese a livello nazionale. Il tempo non manca, visto che le linee guida per la redazione del bilancio sociale non sono ancora state emanate e quindi, con tutta probabilità, riguarderanno i rendiconti del 2019.

Auspichiamo pertanto un intervento normativo in tal senso, in mancanza del quale per molte realtà del terzo settore il bilancio sociale rischia di essere considerato un ennesimo adempimento non necessario, mentre dovrebbe essere inteso come un’opportunità per dare un indirizzo più consapevole e mirato alla propria azione sociale.

Un quadro normativo dedicato

Quello che auspichiamo in realtà è una dimostrazione concreta di quanto il nostro “Sistema Paese” abbia a cuore la sostenibilità e la responsabilità sociale d’impresa, sottolineando che le tematiche afferenti ai due concetti non possono semplicisticamente ridursi ad una coscienza ecosostenibile ma anche e soprattutto ad una complessiva responsabilità sociale ad esempio nel campo della partecipazione agli appalti pubblici (anticorruzione) e nell’utilizzo dei fondi pubblici.

In tal senso sarebbe utile oltre che necessario introdurre dei sistemi “premianti” ed incentivanti con misure complete e ad hoc. Ne suggeriamo alcune:

1. Creazione di una sezione speciale del Registro Imprese per le società che certificano il proprio bilancio di sostenibilità e bilancio sociale (al pari delle SIAVS e delle Società Benefit);

2.Introduzione di un sistema agevolato di accesso al credito anche con l’utilizzo del Fondo Centrale di Garanzia;

3.Introduzione di sistemi premianti per l’accesso ad agevolazioni e bandi pubblici

4.Introduzione di agevolazioni (anche in forma di voucher) per l’investimento necessario ad ottenere il bilancio sociale e di sostenibilità;

5.Introduzione di agevolazioni specifiche per programmi di formazione volti alla governance sostenibile delle imprese;

6.Introduzione di sistemi premianti per la partecipazione a gare ed appalti pubblici;

7.Introduzione di sistemi di agevolazione al lavoro ed agli investimenti in sostenibilità e responsabilità sociale;

8.Introduzione di sistemi di agevolazione fiscale.

Una responsabilità sociale “globalizzata”

Certo l’introduzione di un quadro normativo a supporto e stimolo di una economia sostenibile e responsabile a livello nazionale può essere utile ed opportuno, ma rischierebbe di ottenere un effetto limitato (o addirittura contro produttivo, in termini di economia globalizzata) per le imprese nazionali che adottano questo nuovo pensiero. La responsabilità sociale e la sostenibilità, arrivano nelle nostre case e nella nostra vita quotidiana attraverso i prodotti e i servizi delle imprese che li producono e se produrre in “responsabilità” può significare una “minore competitività in termini di costo industriale e commerciale” rispetto a prodotti e servizi provenienti da Paesi a “scarsa sensibilità sociale” questo rischia di diventare penalizzante rilevando che la coscienza sostenibile è sicuramente condivisa da tutti noi in termini di filosofia, un pò meno in termini di comportamenti concreti e soprattutto in termini di comportamenti di acquisto.

Certo a livello mondiale ed europeo esistono già programmi e politiche che “invitano” le nazioni e le imprese  a comportamenti responsabili e sostenibili ma senza alcun obbligo ovvero senza alcuna penalizzazione in termini di politica economica.

La vera soluzione sarebbe l’introduzione di misure di politica economica internazionale nell’ambito dei trattati di scambio e commercio internazionale che favoriscano l’ingresso alle dogane di prodotti e servizi sostenibili a svantaggio di prodotti e servizi che non lo sono.

 

 

 

La relazione al bilancio sociale

Le linee guida, hanno definito i contenuti minimi del  bilancio sociale  ed i necessari adempimenti. Non vi è ancora sufficiente chiarezza sui contenuti della relazione sociale annessa al bilancio (parte del bilancio sociale)”

Per le organizzazioni non profit il bilancio sociale costituisce occasione di verifica e di affinamento dell’impianto di contabilita` sociale dell’ente. Questo aspetto emerge proprio dalla relazione sociale, parte del bilancio sociale in cui, attraverso gli indicatori di gestione, prevalentemente di tipo non finanziario, si fornisce un resoconto puntuale ed esaustivo delle attività svolte dall’ente nei confronti di ciascuna categoria di stakeholder, facendo emergere, con chiarezza di linguaggio e semplicità.

La Rendicontazione sociale

La rendicontazione sociale per le aziende non profit deve contenere una struttura espositiva, che il tradizionale bilancio dell’ente non riesce ad esprimere. I contenuti qualitativi della relazione sociale dipendono dall’esistenza di un sistema informativo adeguato alla struttura organizzativa ed alle strategie dell’ente. Il sistema informativo deve infatti consentire un controllo di gestione simile a quello di un’azienda che opera in una logica di profitto, in modo da poter fornire agli stakeholder (soprattutto a coloro che forniscono le risorse finanziarie) sufficienti elementi in merito alle modalità di impiego delle stesse, al fine di mantenere e rafforzare la loro fiducia e quindi il loro consenso nei confronti dell’organizzazione.

La relazione sociale

La relazione sociale consente quindi alle aziende non profit di:

1. rendere visibili per categoria di stakeholder i risultati acquisiti od eventualmente in progress;

2. descrivere il rapporto di scambio con i singoli portatori di interesse;

3. dimostrare il grado di coinvolgimento degli stakeholder attraverso il processo di rilevazione del consenso. 

Coerentemente con la struttura organizzativa e con i criteri di allocazione delle risorse descritti nel bilancio sociale, la relazione sociale è dedicata al rapporto sulle prestazioni e sui servizi offerti. Secondo questa impostazione, al fine semplificare la descrizione analitica dei criteri e delle modalità di scelta, le prestazioni effettuate sono opportunamente aggregate per macro-aree di intervento. In tal modo si rende esplicito come gli impieghi economici dell’organizzazione si traducano effettivamente in specifici progetti e servizi, raggiungendo definitivamente lo scopo di comunicare con chiarezza e trasparenza le scelte e gli interventi posti in essere. In questi casi, viene comunque indicata come area di miglioramento, la possibilita` di avvicinarsi gradualmente allo standard di processo, che prevede una classificazione degli interventi per categoria di stakeholder.

Identificare gli stakeholder

Una delle difficoltà della redazione della relazione sociale consiste proprio nella identificazione e misurazione degli stakeholder, ovvero di tutti i portatori di ineresse (non esclusivamente finanziari; sia interni che esterni ) delle attività, azioni e progetti posti in essere dalla organizzazione. Lo step successivo riguarda la descrizione e la motivazione per la quale si intendono “stakeholder”.

Di seguito uno schema di esempio riferito all’ambito risorse umane.

 

Dopo aver individuato le differenti categorie di stakeholder, il processo di redazione del bilancio sociale prevede la definizione di un insieme di indicatori atti a rappresentare il livello di coinvolgimento degli stessi e i risultati realizzati rispetto alle previsioni

Al tempo stesso, a puro titolo esemplificativo, appare di interesse proporre una serie di indicatori quantitativi riferiti ad alcune categorie di stakeholder peculiari per le aziende non profit:

Il passaggio successivo in relazione alla definizione della modalità di misurazione è ottenere indici di misurazione confrontabili nel tempo e che possono confluire nella generazione del Social ROI (SROI).

Il Bilancio sociale diventa obbligatorio

“Con le linee guida scatta l’obbligo per le coop sociali, tenute a questo adempimento in quanto imprese sociali di diritto, ma fino a questo momento fatte salve proprio per la mancanza di indicazioni redazionali.”

Manca solo una firma per l’operatività del bilancio sociale che, con le nuove linee guida, avrà criteri uniformi sia per le imprese sociali che per gli altri enti del Terzo settore (Ets). Redazione, deposito e pubblicazione sul sito internet di questo documento sono sempre obbligatori per le imprese sociali, che fino ad oggi hanno utilizzato le vecchie linee guida, mentre gli Ets vi saranno tenuti solo al superamento di un milione di euro di entrate. Con le linee guida scatta l’obbligo per le coop sociali, tenute a questo adempimento in quanto imprese sociali di diritto, ma fino a questo momento fatte salve proprio per la mancanza di indicazioni redazionali.

La finalità delle linee guida è chiara: dettare regole omogenee su contenuti e modalità di predisposizione del bilancio sociale, per consentire agli enti di adempiere agevolmente all’obbligo informativo ed offrire a tutti gli stakeholder interessati (associati, lavoratori, pubbliche amministrazioni, terzi) un’informativa strutturata e puntuale sull’operato degli enti e dei loro amministratori, nonché sui risultati sociali, ambientali ed economici conseguiti nel tempo.

 Il bilancio dovrà contenere alcune informazioni minime, suddivise in sezioni e relative sottosezioni, la cui eventuale omissione dovrà essere motivata. Si va dalla metodologia adottata per la redazione (con indicazione di eventuali standard di rendicontazione utilizzati e cambiamenti rispetto al periodo precedente) alle informazioni generali sulla struttura dell’ente, la governance, il personale impiegato, fino ad arrivare al cuore delle attività svolte e degli obiettivi raggiunti o in corso di realizzazione, tenendo conto delle risorse economiche dell’ente e dei possibili fattori che possono compromettere il raggiungimento dei fini istituzionali.

Una sezione conclusiva, poi, è dedicata interamente alle osservazioni dell’organo di controllo, che deve monitorare alcuni aspetti specifici, come il perseguimento dell’assenza di scopo di lucro, il rispetto dei principi di verità e trasparenza nell’attività di raccolta fondi o, per le imprese sociali, l’effettivo svolgimento in via principale delle attività di interesse generale (i cui ricavi devono essere superiori al 70% dei ricavi complessivi). 
Oltre al deposito presso il Registro unico del Terzo settore o il Registro delle imprese (per imprese sociali e coop sociali), il bilancio andrà pubblicato sul sito internet dell’ente o su quello della rete associativa di appartenenza (per chi aderisca ad una rete e non abbia un sito proprio), assicurando accessibilità ai terzi e pronta reperibilità delle informazioni. Un’opportuna diffusione tramite canali digitali dovrà essere assicurata anche dagli Ets, che decideranno volontariamente di redigere il bilancio sociale (in assenza del relativo obbligo). Questi ultimi, per la redazione dovranno sempre fare riferimento alle linee guida ma potranno adottare un’esposizione ridotta (purché idonea a dare una rappresentazione attendibile ed esaustiva delle informazioni).

L’impatto di Outcome

Come abbiamo scritto nei precedenti articolila valutazione degli Outcome e la successiva assegnazione dei valori è una fase fondamentale del processo di calcolo del Social ROI.

In questo articolo parliamo di una modalità di verifica e validazione degli outcome calcolati, ovvero se effettivamente la nostra organizzazione ha positivamente impattato sull’ambiente sociale nel quale opererà o andrà ad operare

È solo attraverso la misurazione e la contabilizzazione dei fattori di impatto che si può ottenere il senso che l’attività sta avendo. Al contrario, c’è il rischio di investire in iniziative che non funzionano o che non lo fanno come dovrebbero. Inoltre definire l’impatto può aiutare ad identificare ogni stakeholder importante che avete tralasciato.

Oggi trattiamo una delle 4 fasi che portano alla definizione dell’impatto, quella del Deadweith e spiazzamento.

DEADWEITH E SPIAZZAMENTO

Ildeadweight è la misura della quantità di outcome che sarebbe avvenuta anche nel caso in cui l’attività non avrebbe avuto luogo. Viene calcolato in percentuale. Ad esempio, una valutazione di un programma di rigenerazione urbana ha rilevato che c’era stato un incremento del 7% dell’attività economica nell’area prima dell’inizio del programma. Al contrario, l’economia nazionale, nello stesso periodo, era cresciuta del 5%. I ricercatori avranno bisogno di analizzare quanto l’economia locale è cresciuta grazie ai cambiamenti economici generali e quanto grazie all’intervento specifico che viene preso in esame. Per calcolare il deadweight si fa riferimento a gruppi di comparazione o benchmark. La comparazione perfetta sarebbe il medesimo gruppo di persone che avete coinvolto, osservando però cosa sarebbe accaduto se non avessero beneficiato dell’intervento. Dal momento che non è possibile una comparazione perfetta, la misurazione del deadweight sarà sempre una stima. Avrete bisogno di cercare informazioni il più vicino possibile alla vostra popolazione. Più simile il gruppo di comparazione, migliore sarà la stima. Se non sarà possibile identificare un appropriato gruppo o proxy, dovrete fare affidamento sulla “migliore stima”.

La maniera più semplice di stimare il deadweight sarebbe esaminare l’andamento, nel tempo, di un indicatore per vedere se c’è differenza tra l’andamento prima dell’inizio dell’attività e dopo l’inizio. Ogni incremento dopo l’avvio delle attività fornisce un’indicazione di quanto l’outcome sia il risultato delle attività.

Lo spiazzamento è un’altra componente dell’impatto ed è una valutazione di quanto l’outcome spiazzi altri outcome. Non si applica ad ogni analisi SROI,è importante, però, essere cosciente di questa possibilità. Due esempi mostrano i casi in cui lo spiazzamento risulta rilevante:

  1. Una valutazione di un programma di illuminazione delle strade in un quartiere, finanziato dal Governo, ha rilevato una riduzione della criminalità, tuttavia il quartiere vicino riferisce un incremento del crimine nello stesso periodo. È possibile che la riduzione della criminalità si sia semplicemente trasferita.
  2. Un progetto di sostegno ad ex detenuti, affinché accedano al lavoro, prende in considerazione nella sua analisi il contributo alla produzione economica, il decremento dei sussidi e la crescita delle entrate fiscali. Dal punto di vista dello Stato questi vantaggi avrebbero un elevato tasso di spiazzamento, poiché si tratterebbe molto probabilmente di posti di lavoro, ormai preclusi ad altre persone, che potrebbero offrire un contribuito di pari valore all’economia. Questo punto di vista non tiene conto di altri vantaggi economici che il progetto potrebbe generare per gli individui o la comunità.

Se pensate che lospiazzamento sia rilevante e che le vostre attività stiano spostando un outcome, potreste scoprire che c’è adesso un altro stakeholder interessato dallo spiazzamento. Dovreste tornare indietro ed introdurre il nuovo stakeholder nella Mappa dell’Impatto, oppure potreste stimare la percentuale dei vostri outcome, conteggiati due volte, a causa dello spiazzamento. Calcolate dunque l’ammontare usando questa percentuale e deducetela dal totale.

Allevamenti sostenibili. Serve una svolta.

Allevamenti sostenibili. Un allevamento può coniugare efficienza e sostenibilità?  Cosa si sta realizzando in questa direzione?  Il 20 settembre a Milano alla Casa della Agricoltura si è parlato di sostenibilità e zootecnia

La sostenibilità rappresenta l’orizzonte tecnologico, tecnico ed economico dentro il quale occorre pensare e organizzare lo sviluppo dei prossimi anni.  A questa condizione non sfugge l’agricoltura europea che può contribuire ad un corretto sviluppo in modo ori­ginale considerato che utilizza in modo diretto risorse naturali, suolo agrario (i due terzi della superficie agricola della Unione europea sono investiti a foraggere), acqua e aria. In essa la zootecnia europea è comparto decisivo.Allevamenti sostenibili

Per vincere questa sfida occorre l’impegno di tutti i soggetti che operano in zootecnica ed è decisiva la più ampia informazione e reciprocità anche nella costruzione delle analisi e delle sperimentazioni rivolte a conseguire innovazione sostenibile. Allevamenti sostenibili

Oltre a ciò occorre attenta fornitura ed intelligente uso dei mezzi tecnici (si consideri che il 5% del petrolio prodotto nel mondo viene utilizzato per la produzione dei concimi azotati), sia per l’alimentazione del bestiame che per le cure veterinarie associate alle pratiche di allevamento, con particolare attenzione al benessere animale, al riutilizzo delle deiezioni, all’alimentazione del bestiame, primo responsabile delle emissioni nocive, segnatamente metano che deve essere compensato dal trattenimento di carbonio attraverso le foreste e i pascoli (il metano ha un decadimento lungo, problema acuto nei prossimi 20 anni, decisamente ininfluente nei successivi 60). Allevamenti sostenibili

Una pratica di campagna per la produzione di foraggere ad esempio (nuove rotazioni agrarie sostitutive di mais in successione) consente risultati importanti per la sostenibilità sia in ordine alla qualità delle deiezioni, sia in ordine alle emissioni, sia in ordine ai risparmi economici delle imprese del tutto coerenti con il risparmio energetico per i prodotti non acquistati. E la produzione non si riduce. Una selezione del bestiame coerente con la riduzione progressiva di metano al pari della progressiva conoscenza del metabolismo della flora intestinale dei ruminanti è possibile ed è in corso. Allevamenti sostenibili

Occorre un rapporto attento con i consumatori improntato alla serietà delle informazioni presentate al di là delle convinzioni etiche a riguardo del consumo di carne e della macellazione degli animali. Occorre inoltre verificare il concorso delle politiche europee per la zoo­tecnica che possono favorire questa positiva evoluzione: la prossima Politica agricola comune sarà il test prossimo venturo per verificare quanto sopra. enti sostenibili

La discussione di merito infine non può non collocarsi nella realtà di un mercato che cambia e in modo anche veloce: la tendenza al consumo di carni nel mondo è in crescita, in particolare in Asia e certamente nel lungo periodo inarrestabile. Come corrispondervi e con quali politiche evitando uno sviluppo non governato del fenomeno è un altro interrogativo che spinge oltre la discussione. In particolare per noi europei.

La Casa della Agricoltura ha offerto una occasione, una sede e uno svolgimento di dibattito, esplicitamente apprezzato, svolgendo per definizione statutaria e per pratica attiva questa funzione.

Queste le domande sulle quali riflettere.

Nel tempo le possibilità di ridurre le emissioni nel settore zootecnico, e in generale l’agricoltura, sono tuttavia più scarse rispetto ad altri settori produttivi, ad esempio nel campo della mobilità. L’interrogativo si trasferisce allora sulle priorità generali: possiamo eliminare il cibo? Certamente possiamo eliminare i motori diesel.

La carne è un alimento. Dobbiamo ridurre i consumi per farlo diventare esclusivo valore edonistico gastronomico? La presenza di animali in Pianura Padana è pari a una presenza di 30 milioni di abitanti. È sostenibile? Pure è vero che la pianura Padana produce per esempio l’80% del latte consumato in Italia: cosa si può fare? Come si può facilmente notare la discussione necessita di continuare.

Moda. Tra greenwashing e sostenibilità

Continuiamo i nostri approfondimenti su contenuti e concetti della sostenibilità, in un mercato nel quale il termine ed il suo utilizzo per fini commerciali, sta ripercorrendo filiere e processi già tristemente noti e palesemente ingannevoli. Ne parliamo riferendoci ancora una volta al settore moda, ovvero quello che accanto a quello dell’alimentazione sta registrando i peggiori fenomeni di abusi e greenwashing.

La parola greenwashing è composta dalle parole green (cioè il colore tradizionalmente associato all’ambiente) e whitewash (che significa insabbiare o mascherare qualcosa). Il termine fu coniato per la prima volta in America negli ’90, utilizzato per descrivere il comportamento di alcune aziende americane che avevano associato la propria immagine alle tematiche ambientali per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle responsabilità dell’inquinamento causato dalle proprie attività produttive.

Il greenwashing è una forma di pubblicità ingannevole, utilizzata  al solo scopo di trarne un beneficio economico, senza fare niente di concreto in tema di tutela dell’ambiente e sostenibilità. Le gravi conseguenze del greenwashing possono ricadere:

  • Sul consumatore, che perde fiducia verso qualsiasi comportamento sostenibile.
  • Sull’ambiente, portando i consumatori a fare scelte, non consapevoli, e sbagliate.
  • Sulle imprese, che sono realmente sostenibili (in particolare quelle appartenenti allo stesso settore o comparto).

Le tecniche di greenwashing possono essere diverse e “creative”. Ne citiamo alcune:

– Utilizzo di parole come “green” o “naturale” sono difficili da dimostrare. In questo caso il comportamento ingannevole può consistere nell’utilizzo di sigilli e simboli che ne rendano l’affermazione legittima.

– Alcuni brand si vantano di seguire determinati comportamenti sostenibili, che però sono obbligatori per legge. Un esempio sono le imprese che vantano prodotti  che non contengono additivi o sostanze per i quali esiste già un divieto normativo di utilizzo.

– Utilizzo di aggettivi come “eco-friendly”, senza guardare al quadro generale (ad esempio le imprese che chiamano le proprie bottiglie di plastica eco-friendly, non considerando che meno del 10% delle materie plastiche vengono effettivamente riciclate).

– Aziende che sporadicamente hanno comportamenti ecologici e sostenibili risultando radicalmente l’esatto contrario.

 

Come difendersi dal greenwashing

I consumatori hanno diversi modi per difendersi dalle azioni di greenwashing. Innanzitutto è consigliabile guardare l’azienda nel suo insieme, cercando informazioni sulle sue politiche di business e sulla presunta sostenibilità (basterebbe consultare il sito web e verificare se vi è una sezione dedicata e relativi documenti ufficiali pubblicati). Inoltre sul web ci sono ormai numerose risorse che hanno lo scopo di aiutare i consumatori a individuare le aziende che effettuano operazioni di greenwashing. Per citarne alcuni:

  • Greenwashing Index, che pubblica sulla piattaforma online le valutazioni su prodotti o aziende, promuovendo la condivisione di informazioni.
  • Sito creato da Greenpeace , dove si trova un elenco delle operazioni più frequenti di greenwashing messe in atto.
  • Peccati di greenwashing”, realizzato da TerraChoice, nel quale si elencano i 7 peccati capitali del greenwashing.

Dalla consultazione dei siti è possibile estrarre una sorta di vademecum dei comportamenti scorretti che si presentano con maggiore frequenza.

Focalizzare l’attenzione su un prodotto o su un particolare green dell’azienda, quando l’obiettivo principale di essa non è la sostenibilità.

– Azioni di marketing mirate ad ingrandire un risultato ambientale piccolo, distogliendo l’attenzione da tutti gli altri risultati non sostenibili.

– Presentare come green un’impresa che in realtà svolge attività di lobbying contro norme ambientali già esistenti, o in sviluppo.

– Pubblicizzare un risultato green come se fosse stato una libera scelta dell’azienda, quando invece è solo una mera esecuzione di un obbligo di legge.

– Affermare che un prodotto è verde in base ad un ristretto insieme di caratteristiche, distogliendo l’attenzione da tutte le altre che hanno gravi implicazioni ambientali.

Mancanza di prove, quando le affermazioni ambientali fatte non possono essere provate da informazioni facilmente accessibili o da certificazione da parti di terzi.

– Le caratteristiche sostenibili del prodotto sono indicate in modo generico, con un significato facilmente frainteso dal consumatore.

– Prodotti con  etichette contraffate o false

– Affermazioni ambientali veritiere ma non rilevanti o utili ai consumatori.

– Indicazione veritiera su uno specifico prodotto, omettendo la totale mancanza di sostenibilità  dalla categoria considerata nel suo complesso.

Vero green fashion

L’elemento centrale per sviluppare il green fashion è l’eliminazione di sostanze nocive nelle fasi di coltivazione e produzione di fibre e tessuti. La sostenibilità e l’eticità dei prodotti del green fashion non sono qualità immediatamente percepibili. Ecco che i sistemi di certificazione e di controllo sono i principali strumenti per garantire il processo di qualità e l’osservazione delle regole stabilite per il rispetto dell’ambiente e dei lavoratori. La sostenibilità per la maggior parte riguarda la lavorazione delle fibre, dei tessuti e dei pellami, e la conoscenza sulla riconoscibilità della materia e sull’aspetto dell’indumento da parte del pubblico deriva esclusivamente dalla comunicazione che viene relativamente fatta. Un altro modo per riconoscere la moda sostenibile è rappresentato dalle forme artigianali, dai mercati di prodotti equosolidali, o ancora dalle pratiche che associano un nuovo design con il recupero e la conservazioni di tecniche che provengono dalle tradizioni locali di aree svantaggiate e lontane. Solitamente, gli aspetti maggiormente caratterizzanti della moda sostenibile sono dettati dalla riduzione degli sprechi, dell’impatto sul territorio e lo sfruttamento del lavoro. Ci sono casi dove lo scopo è quello di creare delle cooperazioni con le popolazioni locali o categorie speciali in maggior misura svantaggiate, e il design di questi prodotti esprime tipicamente l’abito tradizionale, o ne esalta la qualità naturale dei materiali e delle colorazioni.

Per non incorrere nel greenwashing, la sostenibilità di un prodotto viene valutata nell’intero ciclo di vita, dalla nascita alla morte. La fase della nascita include le prime trasformazioni manifatturiere e anche l’origine delle materie prime, questo perché le condizioni di produzione delle materie prime influenzano moltissimo il grado di sostenibilità.

In arrivo il decreto che premia la sostenibilità

In attesa di misure di sistema che sostengano in maniera strutturale le imprese sostenibili, il Consiglio dei Ministri si prepara a licenziare il Decreto Green

Con il Decreto Ambiente il Governo darà il via al green new deal e al riordino delle agevolazioni fiscali, con nuove misure in virtù delle quali l’Italia chiederà ulteriori margini di flessibilità all’Unione Europa in sede di Bilancio (investimenti fuori dal calcolo del deficit):

  • nuovo bonus rottamazione auto,
  • agevolazioni per chi rinnova il parco auto delle imprese di consegne,
  • piano per il trasporto pubblico sostenibile,
  • novità sulla valutazione d’impatto ambientale,
  • premio per la capitale del verde.

Taglio sussidi

Secondo le anticipazioni di stampa sulle bozze del decreto ambiente ci sarà un taglio delle agevolazioni fiscali definite «sussidi ambientalmente dannosi», pari al 10% all’anno.

I tagli agli sconti fiscali riguarderanno agevolazioni contenute nell’elenco dei “Sussidi ambientalmente dannosi” predisposto dal ministero dell’Ambiente. Nel 2017, questi sussidi hanno pesato sul bilancio dello stato per 19,3 miliardi. Significa che il taglio potrebbe liberare quasi 2 miliardo all’anno. Il 50% dei risparmi così ottenuti verrebbe destinato a misure fiscali ambientaliste e al finanziamento di modelli sostenibili di produzione e consumo.

Bonus green

Sempre secondo le anticipazioni, nel Decreto Ambiente dovrebbe esserci posto per un nuovo bonus rottamazione auto ma solo per coloro che vivono nelle città metropolitane delle zone più inquinate e sotto infrazione Ue, ovvero Piemonte, Lombardia, Veneto, Lazio, Liguria, Toscana, Molise e Sicilia.

In pratica, coinvolge Milano, Roma, Torino, Venezia, Genova, Firenze, Palermo, Catania e Messina. Il bonus è fino a 2mila euro, riservato a chi rottama veicoli di classe euro 4 o precedenti e non acquista nuovi veicoli ad alte emissioni nei due anni successivi.

La somma può essere utilizzata per acquistare abbonamenti ai mezzi pubblici o servizi sostenibili (ad esempio, il car sharing).

taxisti possono utilizzare l’incentivo per acquistare una nuova macchina elettrica, ibrida o a emissioni ridotte.

Altre misure

  • valutazione di impatto ambientale: introdotta un’analisi della coerenza dell’opera ai fini dei cambiamenti climatici nell’intero ciclo di vita, al fine di valutarne la neutralità climatica, e una Valutazione di Impatto Sanitario nei Siti di bonifica di Interesse Nazionale.
  • Agevolazioni anti imballaggi: contributo pari al 20% del costo di acquisto di prodotti sfusi e alla spina, privi di imballaggi primari o secondari.

Premio città verde d’Italia: progetti e piani di gestione sostenibile delle città

Adesso attendiamo un vero piano industriale della sostenibilità che magari preveda misure che riguardino (solo per citarne alcune):

Società benefit. L’impatto sociale blindato nello statuto

Le società benefit e lo statuto blindato.

Le società benefit attraggono capitali da investitori che, oltre al profitto, vogliono sostenere una specifica missione a impatto positivo. Il loro statuto protegge legalmente questo intento in fase di crescita e nel lungo termine, anche a fronte dell’entrata di nuovi azionisti, della quotazione in borsa o nell’ipotesi di exit.

Correva l’anno 2008 quando la Rockefeller Foundation istituzionalizzò le riflessioni intorno all’idea di utilizzare i capitali per affrontare questioni sociali e ambientali. Nasceva così la locuzione “Impact investing”. Dieci anni dopo i leader politici ed economici sono consapevoli che per un’impresa non è più sufficiente il mero obiettivo finanziario di massimizzazione del profitto. Nella sua lettera annuale Larry Fink, il ceo di Blackrock, la società di investimento più grande al mondo, afferma che le aziende devono «servire un obiettivo sociale». Siamo di fronte a un nuovo modo di investire e gestire che è destinato a crescere in misura esponenziale. È semplice: il futuro dipende dal nostro comportamento e sembra che finalmente lo stiamo capendo. 
Questo fatto spiega anche lo strepitoso successo del movimento B-corp, che vuole definire un nuovo paradigma di business adeguato ai nostri tempi ed esigenze. B-Corp® certificate, nato negli Stati Uniti nel 2006, ha promosso l’introduzione di una modifica sostanziale degli obiettivi delle imprese, passando attraverso lo statuto e l’oggetto sociale.
Secondo l’impostazione giuridica prevalente in molti paesi, Italia inclusa, le aziende perseguono, anche sul piano legale, uno scopo di lucro. L’obiettivo è distribuire dividendi agli azionisti. E questo è un elemento strutturale che limita la possibilità del management di innovare in direzioni utili per la società, oltre a rendere vulnerabili le realtà più virtuose di fronte a eventi quali cambi del management o dei suoi orientamenti, ingresso di nuovi azionisti, quotazioni in borsa.

Dal 2014 le B Corp® certificate italiane hanno promosso un progetto politico per innovare la legislazione italiana in materia societaria. La proposta è poi confluita nella legge di stabilità 2016 e da allora l’Italia è il primo paese che ha riconosciuto la forma giuridica delle società benefit in Europa. 

Lo standard di misura degli impatti e reporting B impact assessment, oggi adottato da oltre 70 mila aziende in 60 paesi, e la comunicazione sulla base di un nuovo paradigma di business convincono un numero crescente di persone. È interessante notare che anche un operatore  globale come Enel si è misurato con lo strumento B impact assessment (Bia), confrontandosi con le esperienze più innovative per migliorare la propria governance. 

L’acqua con una missione

Water with a mission-Wami è una start-up italiana che si propone di cambiare il mondo «una bottiglia alla volta». Per ogni bottiglia d’acqua acquistata, saranno infatti donati 100 litri d’acqua a chi ne ha bisogno. . Wami ha inserito nell’oggetto sociale la sua missione, ottenendo poi la certificazione B-corp.

Quando si acquista una bottiglietta Wami, l’acquirente scopre quale progetto idrico sta finanziando, scannerizzando il Qr code. A differenza dei tipici interventi sociali tramite donazioni e pratiche filantropiche, Wami realizza prima i progetti che poi finanzia tramite la vendita dell’acqua. Ciò rafforza l’oggetto sociale di Wami e lo distingue da pratiche di marketing di aziende tradizionali. L’effetto educativo è notevole, sia per chi ne beneficia, sia per i finanziatori, che vengono incentivati al consumo responsabile. 

In Senegal, per esempio, è stata installata una grande cisterna sulla cima di un promontorio, dalla quale partono le tubature che portano l’acqua ai villaggi del circondario. I beneficiari pagano per l’allacciamento e il servizio: una cifra simbolica, si capisce, ma importante per coprire le spese di manutenzione. 

È vitale anche coinvolgere i locali nella gestione dei progetti. L’80% dei pozzi costruiti, per esempio, in Kenya sono finiti abbandonati perché i beneficiari non si sentono responsabili nel gestirli. Wami e i suoi partner hanno adottato un altro modello e con successo, impegnandosi a minimizzare l’impatto ambientale usando bottigliette di plastica riciclata. A breve verrà inserita la plastica rigenerata (r-Pet) sulla totalità della produzione e sarà lanciata una linea in vetro. Per compensare e riassorbire il CO2 emesso dal processo di produzione, vengono poi piantati alberi in Italia.   

Guidare il cambiamento

Già un centinaio di ristoranti e anche alcune catene di supermercati hanno colto l’attrattività di questo modello, in cui l’acqua minerale che sgorga dalle Alpi offre una soluzione win-win per tutti gli stakeholder coinvolti.  Sul loro sito internet si può comprare anche a domicilio. Dobbiamo essere noi il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.