Sostenibilità: questo PIL non la misura

La ricerca di valide misure del benessere collettivo ha fatto importanti progressi in questo mezzo secolo. La misura della sostenibilità, per non danneggiare le generazioni future, è tra i problemi statistici più difficili da risolvere, ma l’Agenda 2030 consente di valutare progressi e ritardi nella tutela del Pianeta e degli equilibri sociali. I politici sapranno usare tutte queste informazioni? Più in generale, anche se il Pil manterrà la sua importanza, sarà sempre meno utile per valutare la capacità di un Paese di affrontare i suoi problemi interni e sarà sempre più importante valutare altri indicatori.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria

Oltre mezzo secolo fa, il 18 marzo 1968, all’Università del Kansas, Robert Kennedy pronunciò il famoso discorso in cui denunciò i limiti del Prodotto interno lordo (Pil) nella misura del benessere, perché “il Pil misura tutto, fuorché quello che ci rende orgogliosi di essere americani”. Meno di tre mesi dopo moriva per mano di un fanatico. Che cosa è rimasto del suo messaggio sulla necessità di andare “beyond Gdp, oltre il Pil”?  Proviamo a riflettere riportando almeno l’incipit del discorso che soprattutto nella attuale situazione post COVID, risulta di una attualità sconvolgente.

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese
sulla base del prodotto interno lordo [Gross National Product]. Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.”

Misurare il benessere collettivo

La citazione del discorso di Kennedy è d’obbligo ogni volta che si affronta questo argomento. Cinquant’anni però non sono passati invano. Oggi sappiamo molto di più sulle tecniche di misurazione del benessere collettivo, anche se i problemi non sono totalmente risolti. Negli anni, la battaglia sul superamento del Pil ha assunto una forte valenza ideologica: da un lato gli economisti (e i politici) più tradizionali, che tendono a considerare le misure del benessere come un “parlar d’altro” per mascherare i dati insoddisfacenti sulla crescita economica, dall’altro i fautori della sostituzione del Pil con indicatori totalmente diversi, magari per perseguire la cosiddetta “decrescita felice”.

Come spesso accade, la verità sta nel mezzo. Il Pil non va sopravvalutato, non corrisponde alla felicità delle persone, ma resta uno standard globalmente accettato per descrivere l’andamento delle economie. Ci sono molte altre misure economiche che possono corredare l’informazione fornita dal Pil. , ma non c’è dubbio che per molto tempo ancora continueremo a usare questa misura, anche se cresce l’importanza di altri indicatori di benessere.

Misurare la sostenibilità

In questi cinquant’anni però ha assunto drammatica rilevanza un problema che certamente ai tempi dei Kennedy veniva appena percepito: la sostenibilità. Il benessere di oggi non deve danneggiare quello che consegniamo alle nuove generazioni. Nel 1970, l’umanità ancora consumava ogni anno le risorse prodotte dal Pianeta in quei dodici mesi. L’anno scorso, l’Earth Overshoot day è stato calcolato al 2 agosto, perché l’umanita consuma 1,7 pianeti. I Paesi industrializzati sono messi anche peggio, perché l’Italia e gli altri grandi Paesi europei consumano 2,5 volte le risorse che producono e gli Stati Uniti addirittura cinque volte. Se poi guardiamo agli altri problemi epocali: cambiamento climatico, inquinamento, perdita della biodiversità, è evidente che la misura del benessere collettivo di oggi, senza guardare al futuro, non basta più.
Come si misura la sostenibilità? La risposta, ormai largamente condivisa tra gli esperti, è che bisogna misurare le variazioni di quattro tipi di capitale.

La strada maestra della sostenibilità

La strada alternativa per misurare la sostenibilità è quella dell’Agenda 2030 dell’Onu: 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile che investono tutti i campi della sostenibilità, dalla povertà al cambiamento climatico, dalla parità di genere allo stato dei mari e della biodiversità terrestre, articolati in 169 target misurabili con una batteria di oltre 240 indicatori applicati (con qualche differenza) in tutto il mondo. Ogni anno, nell’High level political forum di New York (il prossimo si aprirà il 9 luglio) l’Onu fa il punto sul percorso compiuto per alcuni di questi obiettivi. I dati sulla situazione italiana vengono rilasciati periodicamente dall’Istat che di recente ha anche pubblicato una ampia batteria di dati provinciali relativi al Bes. Inoltre L’Asvis è impegnata a misurare nel suo Rapporto annuale il percorso compiuto dal Paese nell’adempimento degli impegni assunti all’Onu e quindi il progresso verso la sostenibilità.

La strada dello sviluppo sostenibile

Abbiamo dunque un’ampia informazione sull’andamento del benessere collettivo e cominciamo ad avere informazioni esaustive sul percorso verso uno sviluppo sostenibile. Ma i politici sono davvero in grado di usare tutti questi dati? Su questo punto probabilmente lo stesso Bob Kennedy non potrebbe dirsi soddisfatto. Finora gli indicatori del benessere hanno avuto un impatto politico limitato, perché né i media né l’opinione pubblica li hanno percepiti come effettivamente importanti. L’Italia però, come già segnalato in precedenza su Numerus, ha fatto un passo avanti molto importante con la riforma della legge di bilancio, obbbligando il governo a esprimere una previsione per 12 indicatori Bes per i prossimi tre anni, sulla base delle scelte di poliica economica: un impegno riconfermato di recente dal nuovo ministro dell’Economia Giovanni Tria.

La profezia di Bob Kennedy

Ci sono valide ragioni per pensare che in prospettiva gli indicatori del benessere assumeranno maggiore importanza rispetto al Pil. Tutte le proiezioni economiche indicano che nei prossimi anni sarà molto difficile che il Pil possa crescere nei Paesi già industrializzati più di un 2% all’anno (1,5% per l’Italia). Con questi tassi di crescita, è difficile affrontare i problemi della disoccupazione e delle diseguaglianze affidandosi soltanto ai meccanismi di mercato. Sarà sempre più necessario pertanto che le scelte politiche siano concepite guardando agli effetti complessivi sulla società e quindi al benessere. E forse Robert Kennedy vedrà finalmente compiersi la sua profezia.

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